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Autobiografia di una nazione

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
27 Settembre 2023
in L'editoriale
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Sul termine “migliorista”, usato nel secolo scorso grava un incredibile equivoco. Comunemente si pensa che l’ortodossia comunista non potendo richiamarsi ad un corso riformatore, scelse “migliorista” per non irritare i custodi del dogma leniniano con quello odiato di “riformista”. Una autentica mistificazione. I “miglioristi” nel Pci erano semplicemente coloro che avevano il culto di Togliatti che appunto veniva chiamato “il migliore” e se ne ritenevano gli eredi, e c’era un solo autentico “migliorista”, Giorgio Amendola. Giorgio Amendola non sarebbe mai potuto diventare segretario del partito comunista per i suoi natali liberali. I liberali i comunisti in genere in Russia li avevano messi al muro senza particolari indugi e non si era mai visto ancora al mondo il figlio di un liberale tanto prestigioso quale era Giovanni Amendola iscriversi ad un partito comunista. Da parte sua Giorgio riteneva di poter spiegare tutto al partito, in particolare il senso politico dell’opera di Togliatti che il partito in realtà non aveva capito. Togliatti era l’uomo di Stalin e l’uomo della svolta di Salerno, ovvero del compromesso con le forze della borghesia, se fosse stato necessario con la stessa monarchia. Questo perché la teoria politica staliniana presumeva la rivoluzione in un paese soltanto, l’Unione sovietica, gli altri dovevano arrangiarsi. Tanto che la direzione del Pci in esilio spedirà un telegramma di congratulazioni al duce per la conquista di Addis Abeba. Caduto il fascismo, in Italia bisognava fare il governo con le forze reazionarie questo era il piano perché convinti di essere i ragni con maggiore tela disponibile da tessere. E questo rimase il piano di Amendola. Il partito invece favoleggiava la rivoluzione, senza rendersi conto che in questo modo avrebbero perso la grazia di Stalin. Quando il Pci venne buttato fuori dal governo di liberazione nazionale, Amendola voleva subito tornarci, mentre il resto del partito togliattiano sognava la presa del potere della classe operaia, magari non violenta. Magari.

Come tutto questo fosse fuori dalla dottrina marxista ed ancora più da quella leninista non aveva importanza. La sveglia la suonò il colpo di stato in Cile davanti al quale il nuovo segretario, Berlinguer, tornò a Togliatti, al compromesso storico, rendendosi conto che non si poteva governare con solo il 50 più uno dei consensi, senza accorgersi che Allende non aveva nemmeno il 40 per cento. Fu quello il momento in cui Amendola tornò in auge nel partito, e con lui il suo piccolo gruppo napoletano e qualche milanese a ancor meno romani che lo seguivano. Perchè Berlinguer per poter convincere una base refrattaria quale la sua all’accordo con la democrazia cristiana dovette premiare Ingrao e farsi soccorrere da Amendola. Tutto sommato, senza il rapimento di Moro, difficilmente il Pci si sarebbe deciso di votare la fiducia ad un governo Andreotti e comunque nuovamente sarebbe stato mandato allo sbando. Morto Amendola, oramai completamente isolato, iniziò il declino dello stellone comunista a favore di quello di Craxi. Il migliorismo non contava più niente, ma subito privo di un leader si orientò sui successi di Craxi. Craxi che voleva l’unità socialista come Mitterand, era ben contento di ritrovare dei simpatizzanti fra i tanti che lo odiavano. Stando così le cose, l’odio del Pci per Craxi, Napolitano ed i miglioristi, avrebbero fatto una fine più isolata di quella di Amendola. Non fosse che avvenne una cosa imprevista, inconcepibile ed inaudita. Tutta questa bella gente, miglioristi inclusi si aspettava il crollo del capitalismo, nel 1968 Mario Tronti aveva diagnosticato scientificamente l’ingresso dell’Inghilterra nel mondo socialista entro 10 anni. Vinse la Thatcher, e venne giù il socialismo reale. “Sozialism Kaputt”, si leggeva sui frammenti del muro di Berlino. Fu allora che Giorgio Napolitano andò in auge. Lui, nel partito si diceva che fosse figlio di re Umberto, non sembrava nemmeno socialista, altro che comunista. Discreto, elegante, il primo ad essere spedito negli Stati uniti, si riteneva che parlasse persino una lingua esotica come l’inglese. Avesse mai avuto ragione con quei ridicoli modi felpati? In spiaggia calzava le ciabattine. Iniziò la leggenda.

Napolitano aveva scritto un libro che nessuno aveva letto e che divenne improvvisamente un best seller, “In mezzo al guado”, dove si descriveva perfettamente e fin dal 1979, l’incapacità del partito comunista di fare una scelta piena in una direzione o in un’altra. Il problema è che erano passati dieci anni da allora e la situazione appariva esattamente la stessa. C’erano solo più tre partiti comunisti al mondo, quello cinese, che era già capitalista, quello cubano che era militarista, quello italiano che non si capiva cosa fosse. Ci ha pensato la corrente a definirlo e Napolitano era sicuramente il tronco di maggior affidamento. Inaffondabile. Di tutto quanto è stato detto di lui in questi giorni, si può scartare sicuramente l’accusa di aver pianificato la caduta di Berlusconi. Napolitano era stato eletto alla presidenza della Repubblica semmai per tentare un accordo con Berlusconi, e riconfermato proprio per scongiurare Prodi che lo avrebbe impedito. Se mai ci fosse stato un piano ordito contro Berlusconi, questo parte nelle capitali europee, Parigi e Berlino e Napolitano ha potuto solo prenderne atto. Lui era togliattianamente l’uomo delle larghe intese, ma lo era per vocazione interiore. Giovane fascista si ritrovò comunista, maturo comunista, si scoperse democratico atlantista, anziano senza più particolari speranze, venne eletto capo dello Stato. Non sapendo mai dove si finisce, meglio misurare con circospezione i propri passi. Era lui l’autobiografia di questa nazione.

foto galleria presidenza del Consiglio dei ministri

Tags: migliorismoNapolitano
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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