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Aux arms citoyen

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
12 Luglio 2025
in L'editoriale
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Ora che il ministro degli esteri Lavrov ha detto che la Russia non attaccherà mai l’Europa, il cinque per cento della spesa del pil entro il 2035 potrebbe essere poco ed in ritardo. Non che la Russia abbia mai pensato ad un attacco atomico nei riguardi del nostro continente. L’unico paese che poteva rischiare qualcosa era l’Inghilterra. La Russia si ritrova già la steppa ad est, perché mai demolire anche ogni forma di vita ad ovest. I russi vanno pur sempre capiti. Vivono a quaranta grandi sotto zero per sette mesi all’anno, figurarsi se non vorrebbero trasferirsi tutti a Marbella. Dai tempi di Pietro il Grande i russi hanno cercato di forzare il Mediterraneo e ci è riuscito solo Stalin ad arrivare in Spagna. Poi Stalin si mise a fucilare trotskisti ed anarchici e venne fatto sloggiare dai franchisti, altrimenti ce l’avrebbe fatta. Le Baleari sarebbero russe come ricompensa per aver salvato la Repubblica.

Anche l’Italia in verità non rischia di essere bombardata, tanto che il nostro governo si sente tranquillo di ospitare un evento sulla ricostruzione di un paese che invece si ritrova sotto attacco ogni notte. L’Ucraina è un’altra storia. Intanto l’edilizia è sovietica e quindi buttarla giù non è un particolare danno, poi gli ucraini sono massacrati dai russi dal 1700. Un milione di kulaki sterminati negli anni venti dalle bande della polizia politica. Sei milioni negli anni trenta del secolo scorso ammazzati per fame. Le cifre di oggi sono insignificanti a confronto, tanto che i corifei di Putin ti spiegano che la guerra è a bassa intensità, che al Cremlino sono dei bonaccioni.

L’Europa che ha appena ricordato Srebrenica, senza fare un debito conto sull’operato dell’Onu e dei suoi funzionari, ha dimenticato Grozny. Putin va visto in Cecenia. Seguiamo le fasi dell’operazione militare in Cecenia e ci mettiamo una mano sulla coscienza quando si accusa Israele di genocidio. I signori che ritengono le armi date all’Ucraina un prolungamento della guerra, non sanno nemmeno cosa sia stata la Cecenia. L’America e l’Europa sono riuscite ad impedire che quanto avvenuto in Cecenia si ripetesse su larga scala in Ucraina e questo è un merito che va loro riconosciuto, anche se non basta.

Per i russi che sbattono il grugno contro le trincee ucraine, attaccare l’Europa, sarebbe da matti. C’è un lato di follia nei russi, ma entro un certo limite. Leggete i Fratelli Karamazov e lo spettro psicologico è ben dettagliato. I russi poi si piccano di essere degli strateghi. Il generale Kutuzov era un alcolizzato depravato ma Tolstoj lo ha descritto come il più grande genio militare della storia, quello che da un disastro sa cogliere un trionfo. Qual è dunque il disastro militare russo della guerra in Ucraina? La perdita della Siria. Il milione di morti delle forze armate, i miliardi sprecati in forniture belliche distrutte, non valgono l’addio al porto di Tartus. Non si tratta solo di rinunciare al sogno di Marbella. Si rischia di perdere la sfida con i cinesi in Africa. I russi piuttosto che continuare a combattere in Ucraina, farebbero meglio ad attaccare l’Azerbaijan per lo meno avvicinandosi attraverso Baku, che pure è ancora troppo lontana. Da qui la mossa della Libia.

I russi pensano davvero di trasferirsi in Libia? Una mossa a dir poco azzardata, la Libia è instabile e orgogliosamente indipendente. Mai vi riuscissero sarebbe un problema molto serio per l’Italia, non per i missili, per il controllo dei migranti. I russi ci sommergerebbero di disperati lanciatici contro. L’Europa vogliono destabilizzarla i russi, non bombardarla. Per impedirlo, bisogna rivedere in fretta la politica in Libia e essere molto ben armati per dissuaderli i libici, organizzati come sono in fazioni militari. I beduini non sono molto diplomatici. Poi ci sarebbe da evitare il paradosso di un governo che vanta un grandioso piano Mattei e si ritrova Putin a Bengasi.

foto di dominio pubblico

Tags: LavrovLibia
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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