Tra le corrispondenza che Hegel ha intrattenuto a Bamberga, e che l’editore Aragno ha recentemente pubblicato nel suo secondo volume delle Lettere curate magistralmente da Giuseppe Raciti, troviamo tra l’altro una lettera di grande interesse, quella del 21 novembre del 1807. Hegel è già l’Hegel maturo, ha già dato alle stampe la Fenomenologia dello Spirito, ha già mente e cuore alla sua Logica. Ma deve campare, e in attesa della sua brillante carriera accademica, si accontenta di fare il giornalista perché “vestiario e nutrimento sono la cosa più importante, dopo il regno dei cieli”. Si occupa del giornale locale: un impegno che non gli procura piacere, come aveva scritto a Niethammer il 13 ottobre dello stesso anno, ma neanche noie. E al rapporto tra scrittura giornalistica e filosofica si concentra anche un passo importante della citata lettera a Knebel. «Notizie di questo tenore: “Sua Maestà è andato a cacciare il cinghiale”, non richiedono ulteriori chiarimenti; registrano un fatto; certo, ma non per questo il lettore comprenderà ‘meglio’ il fatto; piuttosto suggerisce Hegel, la cosa va rovesciata: occorre ragionare per contrarium, o sia dialetticamente, se ragiono al contrario, (se mi servo di una visione dialettica della realtà), “potrei giungere a questa conclusione, che proprio grazie al mio stile oscuro si può comprendere di più”. In una nota un puntale Raciti evidenzia che questa ‘oscurità’ del testo hegeliano, del suo ‘stile’, è dovuto a questo titanico compito: riprodurre retoricamente il reale nel suo stesso ‘farsi’. L’apertura alla filosofia in contesti informali, una lettera, un articolo, coincide “con l’apertura allo strutturarsi dialettico del reale”.
Nella notizia giornalistica, l’“oggetto si mostra già di primo tratto finito e perspicuo”. Ma questo non è l’oggetto concreto, è invece l’oggetto astratto; il reale, infatti, non è costellato di oggetti puntuali; il reale è un “processo”, e come tale lo si può comprendere concretamente: solo se “se accoglie al suo interno il rapporto con l’altro da sé”, cioè se “si espone al fuoco distruttivo del farsi” a partire da un negativo che prende su di sé e supera. Il farsi conta, non il fatto. La posta in gioco, detta altrimenti, è la costruzione storica del soggetto. «Il giornalista coglie l’oggetto astratto, il filosofo l’oggetto concreto, cioè il portato dell’azione convergente del soggetto e della sostanza; da qui, da questa coincidentia, nasce la possibilità di cogliere contemporaneamente i due lati della cosa, il soggettivo e l’oggettivo, l’irrelato e il processuale; onde la cosa, in questa forma riempita o, se piace meglio, “aumentata”, non si esaurisce nel suo fine ma nella sua attuazione.
Inoltre il giornalismo ha un’altra caratteristica sua. Quella che Lepri chiamava “notiziabilità del dato d’informazione”. Banalmente: cosa fa notizia o no. Un cane che morde un uomo non fa notizia. Un uomo che morde un cane sì. A furia di dare risalto all’eccezione, al deforme, al grottesco, la narrazione giornalistica racconta un mondo eccezionale, deforme e grottesco. L’autentica fonte del giornalismo è lo stato di guerra, osserva dal suo Hegel. Il triste tempo di pace equivale a un “bel chiaro di luna e a una polizia efficiente per i ladri”. Il passaggio della soldataglia è tanto più propizio alla carta stampata, in quanto “ciò che svuota le case e i granai, riempie tanto più i giornali”. Anche per questo scrivere un articolo di giornale, ieri per occuparsi di Covid e oggi di West Nile, è “triturare fieno” in confronto all’estasi di altre occupazioni. «Ma siccome proprio nella filosofia epicurea non è dato trascurare l’operazione digestiva, per la qual cosa soccorre la lettura dei giornali, sarei dell’avviso che sottrarre anche un quarticino d’ora a quei momenti sublimi per stendere articoli di giornale, trasformerebbe l’incombenza da passiva in attiva, procurando un’effettiva elevazione».
Foto Bamberg – Rathaus – Fassadenmalerei | Reinhard Kirchner | CC0







