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Come sopprimere l’indipendenza della magistratura

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
22 Febbraio 2026
in L'editoriale
1
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L’unica obiezione sensata che si potrebbe muovere alla riforma della Giustizia su cui si dovrà pronunciare il popolo italiano nel referendum del 22, 23 marzo, è che distinguendo fra magistratura inquirente e giudicante, si rinforza il ruolo inquisitorio dei magistrati. Il doppio Csm lo conferma, dal giorno successivo all’approvazione del disegno di legge, abbiamo una magistratura inquirente specializzata e riconosciuta costituzionalmente fin dall’articolo 104 che ne preserva l’indipendenza. C’è chi ha subito parlato di Torquemada in servizio attivo permanente. Il che a tutti gli effetti può aver ragioni di sgradevolezza, anche se più per i delinquenti che possono essere smascherati, che per i cittadini onesti. Se poi un mascalzone venga scambiato per innocente e viceversa, purtroppo non c’è modifica costituzionale che tenga. Si può solo sperare, ed è questo in fondo il senso della modifica costituzionale, che la giustizia giudicante, sia meno soggetta a quella inquirente, sia terza già nella formazione professionale dal momento che il magistrato deve compiere una sua scelta. E questo non è poco.

L’impianto di riforma scelto dal governo, può non piacere, può scombussolare, può sollevare dei dubbi, tutto perfettamente lecito e comprensibile. In nessuna maniera può pregiudicare l’indipendenza della magistratura che resta salvaguardata dall’articolo 104. La modifica proposta dal governo, non lo altera per nessuna maniera, anzi conferma e rafforza il dispositivo esistente che prevede l’ordine indipendente ed autonomo da ogni altro potere. L’articolo 104 della costituzione si ritiene comunemente elaborato dallo stesso Giovanni Conti, vice presidente della Costituente e fondatore della voce repubblicana nel 1921. Conti perseguitato tutta la vita dalla giustizia fascista, era preoccupato di salvaguardare per lo meno quella repubblicana. A proposito Conti diceva che i poteri dello Stato erano quattro, quello del parlamento, quello del Capo dello Stato, quello del governo e appunto questo giudiziario. Un vecchio mazziniano come lui sapeva perfettamente che la sovranità è però solo popolare e dunque la sua numerazione era anche necessariamente a scalare. In quanto i giudici non sono eletti dal popolo, di fatto, sono l’ultimo potere in ordine di grandezza della Repubblica, e per la verità sarebbero solo un ordinamento giurisdizionale. Disgraziatamente, nel momento nel quale si articola la sovranità in gradi diversi, la si frammenta. Inevitabile che possano formarsi degli attriti fra le parti e una cerchi di scavalcare l’altra. A guardare bene la storia italiana degli ultimi quarant’anni, il cosiddetto potere giudiziario sgomita parecchio.

Se lo si volesse annullare servirebbe cancellare l’articolo 104, non modificarlo, e radere al suolo il Csm, non raddoppiarlo. A quel punto il governo nominerebbe i giudici e dovrebbe anche avocare a se la possibilità di rimuoverli o sospenderli, per quanto la carica a loro attribuita dovrebbe essere a vita, se li si vuole per lo meno lasciare autorevoli. Poi c’era Montesquieu che non voleva nemmeno la magistratura elevata a categoria. Basta nominare la magistratura perché questa diventi autonoma. Lo confermò il tribunale rivoluzionario che i comitati di salute pubblica non riuscivano a controllare nemmeno nominando i giurati, oltre che i giudici. Per processare il Re, i comitati convocarono la Convenzione, fu il parlamento il vero giudice della Francia ed i club i suoi inquirenti. Tanto che quando Napoleone, che il parlamento lo aveva sospeso, dovette riesumare i vecchi giudici del tribunale rivoluzionario per condannare il duca d’Enghien, finì con il mandare i granatieri e Savary per farlo fucilare.

Ecco questo sarebbe da tenere a mente, quando si lamenta che il governo possa controllare la magistratura con una riforma. Magari.

pubblico dominio

Tags: cONTIcostituzione
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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Comments 1

  1. Dott. Massimo Capri says:
    1 settimana ago

    La buona Giustizia, a mio modesto avviso da studioso del diritto, si ottiene non con Riforme da “Paparazzi”…., ma con iniezione importante di Risorse Economiche ed Umane a tutti i livelli e leggi ordinarie, che rendano più partecipative e costruttive le relazioni sindacali fra le categorie interessate. Insomma una sorta d’intervento straordinario per la mala-giustizia. Da questa “priorità” se ne ricaverebbero sicuramente importanti ritorni economici e sociali. Altro che aumenti delle accise su benzine o sigarette! Nella buona fede e con buona volontà gli “esami”…… si superano!

    Rispondi

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