Ospite di Eddy Gulotta in un format de La 7, il direttore de La Ragione, Davide Giacalone, ha ricordato un episodio che quasi ci era sfuggito di mente. Il presidente del Consiglio italiano, Amintore Fanfani, dava lezioni di economia al presidente Kennedy. Per carità, Fanfani era professore, aveva scritto diversi saggi sulle dottrine economiche, anche uno sulla razza, ma insomma. E i consigli dell’esperto Fanfani al giovane principiante, sono ancora un gesto benevolo e dal sapore pedagogico, apripista di giudizi gratuiti espressi successivamente nei confronti di un Nixon o un Reagan. A conti fatti, non c’è un presidente americano che ne sia stato risparmiato, a iniziare da Truman per l’uso della bomba. Gli americani, da parte loro, hanno spesso colmato di lodi i capi di governo italiani. Nel 1929, il conte Grandi in visita a Washington, contestato dalla folla antifascista radunata davanti alla Casa Bianca, poteva riferire le parole di stima e simpatia del presidente Hoover al duce. Questo non toglie che poi l’America fece la guerra al fascismo. Il bello è che anche in quel caso il fascismo non sembrò preoccuparsene punto. Gli americani erano considerati dalle camice nere dei cowboy, quando loro discendevano da Cesare. Si sa come andò a finire.
Qualche piccolo problema di comprensione dell’universo americano esiste ancora oggi e non deve sorprendere. L’America è un mondo nuovo, quello europeo antichissimo e il difetto va ben oltre oltre i soli confini italiani. La differenza dei due mondi si vide bene alla fine delle due guerre mondiali. Le potenze europee, vincitrici della prima, decisero di vessare le nazioni sconfitte. Gli americani ricostruirono la Germania e l’Italia di tasca loro, una volta conclusa la seconda. E c’è chi si lamenta anche di questo. Quando Kissinger proporrà al Vietnam del nord tre miliardi e mezzo di dollari per la ricostruzione, Le Duc Toh ne chiese sette e ancora non gli bastavano. I vietnamiti, intelligentissimi e spregiudicati, confidavano di poter sfruttare al meglio la generosità statunitense e ottennero risultati importanti. Ancora oggi sono partner commerciali formidabili degli Usa.
Questa America ingenua ed impetuosa che usava il denaro per espandersi, sembrerebbe il passato. Il prossimo presente, di nome Trump, promette un nazionalismo inquietante, preoccupato solo dei propri interessi. Già si legge che Trump invaderà il Messico, il Canada, la Groenlandia. Putin al confronto, è una personcina ragionevole e ammodo. Persino un vecchio atlantista, come il professor Panebianco, sembrerebbe essere di questo avviso. Magari un po’ di memoria alla Giacalone sarebbe utile. Non c’era isolazionista più convinto di Franklin Delano Roosevelt che per entrare in guerra dovette subire l’attacco carogna a Pearl Harbour. Per regola, mai dare consigli agli americani. Loro hanno creato la democrazia quando qui imperava il feudalesimo. Gli ebrei che in Europa morivano nei pogrom, a New York prosperavano felicemente. Si può invece dire ai nostri connazionali, semplicemente, di valutare una presidenza nel corso del suo mandato, non prima che si insedi.
Figurarsi se l’onorevole Meloni arrivata a Mar a Lago non si trovava tutti da noi con il ditino alzato. C’è una questione istituzionale, una politica, una economica una magari che riguarda la tappezzeria. Non vale nemmeno la pena di affrontare tutte le illazioni sul caso Sala. Il presidente del Consiglio ha estromesso il bravo ministro degli Esteri. Il ministro degli Esteri potrebbe dimettersi, come ha fatto la signora Belloni. Quanto all’ipotesi di un accordo segreto con Musk, apriti cielo. Sia chiaro, tutti argomenti serissimi, ci mancherebbe. Sulle comunicazioni e la loro sicurezza c’è un piano predisposto dall’Europa e che diamine. Ci fosse uno fra tanti benpensanti commentatori che sollevi un solo dubbio. E se questo piano europeo fosse già obsoleto? Se la tecnologia proposta da Musk, quella che difende l’Ucraina, sia più avanzata? Se si facesse un concorso, come chiede Renzi, Musk battesse tutti? Sciocchezze, ovvio. Un’altra differenza che separa l’America da noi. L’America in genere è all’avanguardia e non per caso. L’Europa le arranca dietro.
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