In questi giorni di grande calura i telegiornali, i quotidiani e i social (cioè l’opinione pubblica) traboccano di gente che cerca un po’ di refrigerio al mare o che boccheggia nelle città. È il turismo che piace alle copertine che magari strizzano l’occhio a un po’ di voyerismo. Ma c’è un altro turismo del quale si parla poco, troppo poco: è un turismo intelligente che rifugge dalle code in autostrada e dalle spiagge affollate, ma che trova refrigerio in accoglienti musei e tra le spesse mura di antichi edifici che proteggono dal meriggio infuocato.
Il patrimonio storico e artistico dei piccoli borghi della Penisola è inestimabile: quasi dappertutto basta dare due colpi di piccone e spunta un reperto archeologico, scrostare un po’ di intonaco ed emerge un affresco. E spesso al passato che si fa presente fanno da contorno ristoranti e trattorie di qualità e soluzioni per dormire in posti piacevoli senza svenarsi. Questo è il vero giacimento petrolifero dell’Italia, un’economia fatta di numeri piccoli, ma che sommati insieme danno una bella spinta al Pil.
È «la periferia che si fa centro», come ha detto Enrico Cangini, giovane sindaco di Sarsina, comune appenninico con 3.300 abitanti tra la Romagna e la Toscana, all’inaugurazione del rinnovato Museo Archeologico Nazionale, alzando la palla che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha subito schiacciato a terra sviluppando il concetto e mettendolo in pratica perché, dopo aver visitato le millenarie abbazia e basilica del Monte a Cesena, si è fatto guidare dall’onorevole romagnola Alice Buonguerrieri a Galeata, Predappio e Dovadola, tutti piccoli centri con tanta storia e voglia di valorizzarla, per concludere la giornata a Forlì.
Fondato nel 1890, il Museo Archeologico Nazionale di Sarsina è fra i più ‘antichi’ musei archeologici della regione Emilia-Romagna e ha conosciuto, lungo un secolo di vita, esperimenti e trasformazioni, fino alla piena valorizzazione dei grandi monumenti sepolcrali d’epoca romana che caratterizzavano l’antica città di Sarsina, riscoperti gradualmente negli scavi nella necropoli di Pian di Bezzo, e finalmente ricomposti in museo nel 1990. Occupa un edificio ampliato a più riprese da una fase originaria cinquecentesca, e si trova al centro della cittadina che sorge al di sopra dell’antica civitas romana di Sassina, nota per aver dato i natali verso il 254 a C. al celebre commediografo latino Tito Maccio Plauto, figura che viene valorizzata ogni estate dal Plautus Festival, bella rassegna teatrale giunta al settantesimo anno di vita. Tutti i reperti esposti provengono da scavi e ritrovamenti: le collezioni si sono formate gradualmente a seguito dei primi rinvenimenti di pietre ed iscrizioni, tracciati a partire dal secolo XVI, ad opera di eruditi e studiosi locali. Al XIX secolo, e soprattutto nel primo tratto del ‘900, risalgono gli scavi sistematici nella zona della Necropoli sulla sponda destra del fiume Savio detta di Pian di Bezzo (per la conformazione assunta dal luogo a seguito di frane e depositi alluvionali), che hanno portato alla scoperta di numerosi monumenti sepolcrali di varia tipologia e dimensione, culminanti nei grandi mausolei (sul tipo di quello famosissimo di Alicarnasso), di Obulacco, Virginio Peto e Rufus. Quest’ultimo, alto quasi 14 metri, ha richiesto la costruzione di un edificio apposito che, grazie all’ultima ristrutturazione (strutturale antisismica, architettonica e illuminotecnica) costata 1,5 milioni, in parte derivati dal Pnrr, è visibile dall’esterno anche di notte.







