La sera del 23 giugno 1858, a Bologna, la storia bussò alla porta della famiglia Mortara con i modi perentori della gendarmeria pontificia. Su ordine del Sant’Uffizio, Edgardo Mortara, un bambino ebreo di soli sei anni, venne strappato ai genitori. La motivazione formale poggiava su un battesimo segreto e frettoloso somministratogli anni prima da una domestica cristiana, Anna Morisi, che lo credeva in punto di morte. Per le leggi dello Stato Pontificio, quel gesto irrevocabile aveva reso il bambino cattolico e un suddito cristiano non poteva essere educato da infedeli, nemmeno se questi erano i suoi stessi genitori.
Non sfugge, nell’economia dei simboli di cui la storia spesso si nutre, la singolare coincidenza temporale di quel sequestro. La vicenda ebbe inizio nei giorni del solstizio d’estate, precisamente nella notte di San Giovanni Battista, il santo associato per antonomasia all’acqua e al rituale del battesimo. Quella che per la tradizione popolare è la notte della luce e dei prodigi si trasformò per la comunità ebraica bolognese nella notte dell’oscurità del diritto, quasi che la scelta della data volesse caricarsi di un valore allegorico ulteriore, riaffermando la preminenza assoluta del sacramento su ogni legame di sangue e di natura.
Per lungo tempo la storiografia italiana ha liquidato o sottovalutato il caso Mortara, quasi fosse un trafiletto di cronaca locale o un’appendice minore del ben più imponente processo risorgimentale. Ci è voluto lo sguardo analitico della ricerca internazionale, in particolare il volume Prigioniero del Papa Re di David Kertzer, per restituire alla vicenda la sua reale dimensionale di caso diplomatico globale, capace all’epoca di indignare le corti di mezza Europa e di accelerare la crisi di legittimità internazionale dello Stato della Chiesa. Un contributo fondamentale alla comprensione profonda di quei mesi convulsi proviene oggi dai documenti conservati all’Archiginnasio di Bologna, le cui carte offrono una testimonianza nitida e drammatica delle reazioni della cittadinanza, delle suppliche della famiglia e dell’inflessibile macchina burocratica e giuridica pontificia che si mise in moto per giustificare il sequestro.
Se la storia si fosse fermata all’Ottocento, il caso Mortara sarebbe oggi un capitolo per quanto drammatico di un’epoca fortunatamente tramontata. Ma la storia ha una strana tendenza a ripresentarsi nel presente. Nel 2000, la decisione di Papa Giovanni Paolo II di beatificare Pio IX ha riaperto quella ferita, proiettando un’ombra densa e divisiva sulle relazioni tra la Chiesa cattolica e le organizzazioni ebraiche globali. Un’ombra che si allunga fino all’attualità dei nostri giorni, in cui il dibattito pubblico è sempre più sensibile ai temi dei diritti dei minori, della tutela dell’infanzia rispetto alle ingerenze ideologiche e della memoria storica come pilastro per le relazioni internazionali e interreligiose.
È proprio su questo crinale che il giudizio ispirato ai principi della laicità deve saper scindere l’analisi storica dal vetero-anticlericalismo di maniera. Una laicità matura non si nutre di caricature folcloristiche del Papa Re inteso come tiranno da operetta, né si perde in invettive teologiche che non le competono. Al contrario, l’obiezione nata dalla laicità alla santificazione di Pio IX si muove su un terreno squisitamente civile, etico e politico.
Elevare un pontefice agli onori degli altari non è mai un atto puramente privato o spirituale, ma è una scelta di politica culturale e di memoria storica. Beatificare Pio IX nel 2000, l’anno del Grande Giubileo e della storica richiesta di perdono per gli errori del passato, ha rappresentato una stridente contraddizione di sostanza. Risulta infatti difficile conciliare l’istanza del dialogo e del rispetto moderno con la contemporanea esaltazione di chi applicò con inflessibile convinzione i precetti della discriminazione confessionale e della preminenza del potere temporale sulle libertà individuali.
La critica mossa in nome della laicità non contesta a Pio IX la difesa dogmatica della fede cattolica, ma la negazione dei diritti umani fondamentali in nome di una legge teocratica. Il sequestro di un bambino, la distruzione del legame familiare originario e il rifiuto di restituire il figlio a una madre e a un padre non furono dettagli marginali del suo pontificato, ma la coerente applicazione di una visione in cui lo Stato e il dogma coincidevano, annullando l’individuo.
L’inopportunità di quella beatificazione risiede nel segnale che essa ha inviato alla modernità. In un’epoca che faticosamente cerca ancora oggi di consolidare il riconoscimento reciproco sul terreno dei valori civili condivisi, l’esaltazione di Pio IX ha rischiato di legittimare, o quantomeno di relativizzare, una stagione di intolleranza istituzionalizzata.
Il caso Mortara, riscoperto anche grazie alle preziose fonti bolognesi dell’Archiginnasio, rimane un monito non contro la fede, ma contro i pericoli del potere temporale applicato alla coscienza. Ricordarlo oggi, rifiutando sia l’apologetica d’ufficio sia l’anticlericalismo di pancia, significa ribadire un principio cardine della convivenza moderna, ovvero che nessun dogma e nessuna ragion di Stato possono legittimamente sovvertire i diritti primari dell’essere umano.
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