Nel suo editoriale “L’illusione securitaria” su la Repubblica del 7 gennaio, Annalisa Cuzzocrea mette a fuoco un punto essenziale: in Italia il tema della sicurezza non è stato governato, ma rimosso e sostituito da una retorica securitaria che produce propaganda, non soluzioni.
Gli omicidi della giovane Aurora Livoli e del capotreno Alessandro Ambrosio, l’accoltellamento di un quindicenne a Milano, non sono episodi isolati né emergenze improvvise. Sono il segnale di un fallimento politico profondo: quello di uno Stato che ha rinunciato a governare i fenomeni sociali e il disagio, rifugiandosi nella scorciatoia della repressione simbolica e dell’allarme permanente.
Da oltre tre anni il governo Meloni insiste su una narrazione fatta di “tolleranza zero”, decreti-legge e nuovi reati. Ma la realtà delle città italiane racconta altro: crescono i reati violenti, aumenta la sensazione di insicurezza e, soprattutto, nulla di ciò che è stato fatto ha protetto le persone più esposte; giovani, donne,lavoratori, pendolari.
Il cosiddetto decreto sicurezza dell’aprile 2025 ha moltiplicato le fattispecie penali e criminalizzato il dissenso, senza rendere più sicuri i territori. Il decreto Caivano ha riempito gli istituti penali minorili come mai prima, ignorando i dati ufficiali del Ministero della Giustizia: la recidiva aumenta con il carcere, diminuisce con le misure alternative. Punire il disagio non significa governarlo.
Eppure, basterebbe uno sguardo alla storia recente per smontare la narrazione “dell’insicurezza senza precedenti”. Negli anni ’70 e ’80 la situazione era oggettivamente molto più grave: diffusione massiccia della droga, con interi quartieri delle città in mano agli spacciatori; tassi di omicidio più elevati; rapine; furti d’auto e soprattutto nelle auto, le spaccate dei finestrini per rubare le autoradio erano un fenomeno quotidiano. tutto questo si aggiungevano la violenza politica, il terrorismo e gli omicidi di mafia, che segnavano interi territori del Paese.
Eppure, pur in un contesto così duro, la società non viveva immersa in una percezione costante e paralizzante di insicurezza. Non perché i problemi non esistessero, ma perché non venivano trasformati sistematicamente in paura collettiva.
La sicurezza non era una bandiera identitaria né una leva di consenso. Nessun partito costruiva la propria forza politica sull’allarme permanente, nessun leader usava l’ansia sociale pro domo sua, nessun politico alimentava paure da cavalcare per costruirsi carriera o notorietà personale. E, non ultimo, non esistevano i social network a moltiplicare e deformare le paure, spesso al servizio di quella politica che richiamavo, esempre attraverso l’ignoranza rumorosa e aggressiva di una parte consistente dei loro frequentatori.
È qui la differenza decisiva tra governare la sicurezza e alimentare l’insicurezza. Governare significa riconoscere i problemi, affrontarli e contenerli con politiche pubbliche, presenza dello Stato e responsabilità istituzionale. Alimentare l’insicurezza, al contrario, significa esasperare i timori, semplificare la realtà e trasformare la paura in consenso a breve termine, un consenso che per continuare a esistere ha bisogno di p<rodurre continuamente nuove paure.
Oggi accade esattamente questo. La paura viene coltivata, amplificata e utilizzata come strumento di governo. Ma una società spaventata non è una società più sicura, è solo più fragile, più divisa, più facilmente manipolabile.
In questo quadro si colloca anche il tema dell’immigrazione, che andrebbe sottratto alla propaganda e ricondotto alla responsabilità politica. Il fenomeno migratorio esiste, è strutturale e va governato. Negarlo o strumentalizzarlo produce solo irregolarità, marginalità e insicurezza.
Governare l’immigrazione significa canali legali, accoglienza controllata, percorsi di integrazione, rimpatri effettivi per chi è pericoloso o non ha diritto a restare. Lasciare migliaia di persone ai margini non è umanità né fermezza: è abbandono istituzionale.
La tragedia di Aurora Livoli interpella direttamente questo modello. Non per l’origine dell’assassino, ma per la sua condizione: irregolare, già espulso, già noto come estremamente pericoloso. Lasciarlo libero di vagare non è umanità né fermezza ma semplicemente è abdicazione dello Stato.
Il decreto Cutro ha smantellato i percorsi di accoglienza ordinaria, escludendo i richiedenti asilo da sistemi che consentivano controllo, valutazione e integrazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più marginalità, più invisibilità, più rischio. Nel frattempo, centinaia di milioni di euro sono stati spesi per i centri in Albania: un’operazione costosa, inefficace e priva di reali risultati. Risorse pubbliche sottratte alla sicurezza vera, che avrebbero potuto rafforzare servizi sociali, salute mentale, politiche di integrazione e rimpatri realmente eseguibili
.Zone Rosse e Daspo urbani non risolvono il problema ma lo spostano. La violenza si allontana temporaneamente e poi ritorna, spesso aggravata. Intanto cresce in modo allarmante l’uso del coltello tra i giovanissimi, segno di una perdita di controllo culturale prima ancora che repressiva.
Servono scelte chiare: divieto effettivo di porto di armi offensive, sequestri immediati, sanzioni certe. Ma soprattutto servono politiche che il governo continua a ignorare: lotta alla povertà minorile, salute mentale, scuola, servizi sociali, giustizia di prossimità.
Nel 2024 il 26,7% dei minori è a rischio povertà ed esclusione sociale; tra i minori stranieri si supera il 43%. La spesa per la salute mentale resta ferma al 5% del PIL, contro l’11% della media OCSE. Nessun codice penale può colmare questi vuoti. La sicurezza è un bene pubblico, non uno strumento di consenso. In una Repubblica costituzionale non si garantisce moltiplicando i reati, ma rafforzando lo Stato: più forze dell’ordine, oggi ne mancano almeno 20mila, meglio formate e radicate nei territori; politiche sociali strutturali; una giustizia minorile orientata al recupero; un’immigrazione governata, non lasciata al caos.
Quando la politica sceglie la propaganda invece della responsabilità, produce solo insicurezza e divisione. La storia insegna due verità semplici: gli slogan non proteggono nessuno e la paura, usata come strumento di potere, non salva vite.
E se negli anni ’70 e ’80, con droga, rapine, furti, omicidi di mafia, terrorismo e violenza politica, la società riusciva a sentirsi relativamente sicura, ovvero non percepire insicurezza, oggi non è colpa dei problemi in sé, ma della loro gestione. In quegli anni nessuno si sarebbe sognato di chiamare in causa sindaci o assessori delegati, nessuno pretendeva che fossero sceriffi perché era chiaro a tutti che fossero amministratori e rappresentanti politici, non autorità di polizia, e che la sicurezza fosse una responsabilità primaria dello Stato.
Perché la sicurezza, in una Repubblica democratica, non è alimentare la paura ma governare i problemi:con lo Stato, con le politiche pubbliche, con la responsabilità di chi governa. Solo così le vite possono davvero essere protette.
Polizia di Stato







