La Trimurti che comanda l’opposizione è convinta veramente e sin dal primo giorno di essere maggioranza nel paese. A suo giudizio c’è stato un semplice inconveniente tecnico tale per il quale Renzi e Calenda non si sono voluti sommare a loro per sconfiggere una maggioranza solo di nome. E poiché Calenda e Renzi sono riottosi e litigano fra di loro, si considerano quei voti recettibili a buon mercato, magari tramite il partito del buon Magi, personalità di prestigio e molto più a modo.
Ecco allora affilare l’arma referendaria come apice strategico dell’inevitabile e necessario chiarimento popolare con cui dimostrare a tutti le nudità del governo. L’ideona era far bocciare l’autonomia differenziata che, se non fosse stata fermata dalla corte costituzionale, la Trimurti si sarebbe ritrovata ad una settimana dal voto con i suoi governatori più autonomi e differenziati di quanto prevede il testo di Calderoli. Emiliano e De Pascale avocano a loro stessi persino le linee di politica internazionale e nessuno se ne preoccupa.
La Trimurti aveva l’asso nella manica, i referendum proposti dalla Cgil, un’organizzazione storicamente antireferendaria, per lo meno con Di Vittorio e Lama. Allora i soldi, piuttosto che nei i referendum, andavano messi in fabbrica. Questi erano i tempi della classe operaia. Adesso che sono tutti giuslavoristi, ecco le modifiche, non contro una legge del governo Meloni, ma proprio del governo Renzi. Il voto dell’8 e del 9 giugno regolava i conti all’interno dell’opposizione in modo da liquidare definitivamente Renzi e Calenda che capita l’antifona si sono ben guardati persino dall’aderire alla manifestazione nazionale per Gaza.
Si capisce un certo imbarazzo dell’onorevole Meloni. Il suo partito aveva votato contro una legge che il pd allora sosteneva e adesso voleva abrogare. Incomprensibile è invece come si possa pensare che chi votò il job act sei anni dopo voglia abolirlo. Allora tanto valeva aggiungere un bel referendum sulla cittadinanza, per poi accorgersi che questo non convince nemmeno l’ elettorato andato alle urne.
Visti i risultati del referendum, la Trimurti avrebbe potuto avere un dubbio e dire orgogliosamente noi si voleva fare avanzare il paese, non ci si è riusciti con la via referendaria, continueremo a combattere in Parlamento. Un’uscita di scena dignitosa. Soprattutto dopo che l’onorevole Boccia aveva chiesto il 40 per cento de votanti per cacciare il governo. Hanno preso il trenta per cento, comunque più de voti presi dalla Meloni, per cui la Trimurti non si tiene, il governo stia in campana. L’importante non è la logica del ragionamento, quanto non perdersi d’animo. Se il trenta per cento è con la Trimurti, il settanta dei non votanti dovrebbe essere con la Meloni. Conte, che è quello sveglio, già ha cambiato passo. A giugno sarà battaglia contro ll riarmo italiano ed europeo, ha detto. Un vero leader vede lontano. Senza due guerre ai confini, una nuova minaccia che si profila in Africa insieme al disimpegno americano, Conte presidente del Consiglio voleva portare le spese militari oltre al due per cento. L’attuale governo deve abbassarle. Come dire, solo gli dei non cadono,
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