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Gli ultimi giorni dell’umanità

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
16 Aprile 2025
in L'editoriale
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La confusione mediatica editoriale di queste settimane è tale da non promettere nulla di buono. Sì è riscoperto lo studio della storia con il Manzoni e ne abbiamo sentite di tutti i colori. Illustri professori confondere Schussnigh con Hacha e passi. Direttori di mensili geopolitici scambiare la Roma repubblicana per quella imperiale e sì che l’impero variava a secondo degli imperatori, va bene così. Economisti prestigiosi convinti che il presidente eletto degli Stati Uniti sia un monarca assoluto. Ministri accusare l’Europa democratica di voler instaurare un qualche Hitler in Ucraina. Filosofi imprecare come carrettieri. Chi più ne ha, più ne metta. Karl Kraus nel 1919 scrisse gli Ultimi giorni dell’umanità per rappresentare il disordine mondiale precedente alla Grande guerra. Oggi persino lui si troverebbe in imbarazzo e si capisce.

Il mondo di Kraus, non se ne dispiaccia il professor Barbero, aveva una qualche maggiore conoscenza della guerra del nostro. La pace in Europa era stata si lunga 40 anni, non ottanta, ma dopo un’epopea sanguinosa durata tutto il secolo precedente. Le potenze europee, vere e presunte, fra il 1896 ed il 1899, sono tutte impegnate in guerra, anche se fuori dal vecchio continente. L’Italia in Abissinia, la Spagna a Cuba, l’Inghilterra a più riprese in Sud Africa. La Francia vuole riarmarsi perché le ha prese di nuovo nel 1870. Nel 1877 la guerra russo turca. Nei primi dieci anni del ‘900 la guerra era quindi ancora una esperienza diretta e in tutti gli stati maggiori si studiava von Clausewitz. L’unica voce che sembra avere ancora un ricordo razionale dell’esperienza militare è stata incredibilmente quella dell’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini. Ospite di una trasmissione televisiva ha detto ai suoi interlocutori di non capire come potessero affermare che la Russia avesse vinto in Ucraina. Considerato il rapporto di forza, le perdite, i risultati sul territorio. I russi non controllano nemmeno le regioni che rivendicano. Almeno fino al 1945 la dottrina di Clausewitz aveva retto. La guerra la vince chi occupa un intero paese, spazza via l’armata nemica e ottiene un trattato di pace, possibilmente tutto entro qualche settimana. La Francia di Napoleone che combatteva da tre anni in Spagna, quali vittorie prodigiose sapesse ottenere, era destinata al disastro, esattamente come la Germania in Russia che pure in un anno aveva fatto un milione di prigionieri dell’Armata rossa. Se oggi la Russia è costretta a sparare missili nel centro di cittadine insignificanti come Sumi, non ha vinto la guerra, l’ha persa. E qui bisogna dire che persino Dario Fabbri, per un anno ci ha decantato l’avanzata trionfale della Russia, se ne è uscito dicendo che Putin ha perso strategicamente.

Bisogna capire la disperazione di Trump che vuole portare alla pace un gigante sanguinante. Nel 1917 l’Ucraina si era rivolta alla Germania imperiale per godere di una protezione dall’Unione sovietica e volentieri il Kaiser la promise all’Etmano. Era convinto di aver vinto la guerra. Una volta persa, l’impero tedesco crollò su se stesso e a nessun paese europeo venne in mente di difendere l’Ucraina dall’Armata rossa. Il professor Barbero che spiega come i russi allora consideravano gli ucraini lo stesso popolo, si sbaglia. I russi si sentivano infinitamente superiori agli ucraini sin da quando si sono stabiliti a Mosca. Sono gli europei che non hanno mai distinto i russi dagli ucraini, piuttosto. Dal 2022 gli han dato le armi solo per difendersi. E qui ancora ritorna von Clausewitz, se fai una guerra difensiva, non potrai mai vincerla. Non contano le dimensioni, conta la strategia, la Russia perse contro la Finlandia e pure la Finlandia non vinse la guerra.

Qui da noi abbiamo una pletora di analisti e presunti tali, pronti a spiegarci che è colpa della Nato se c’è la guerra, non di Putin. Lasciamo perdere il fatto che la Nato si espande ad est perché nessuno è tanto cretino da volere stare sotto i russi, la Georgia, la patria di Stalin, vorrebbe entrare nella Nato, magari l’Azerbaigian. Il fatto è che il capo della Nato è l’America. Chi caspita sarebbe altrimenti, l’Olanda? La Norvegia? Quando Trump dice è colpa di Biden, è colpa di Zelensky che anche vuole entrare nella Nato, dice che è colpa sua. Trump dovrebbe uscire dalla Nato per rimediarvi. Domanda. Può il presidente degli Stati uniti, questo monarca assoluto, pre costituzionale, uscire dalla Nato? No, non può farlo senza tre quarti dei voti del Congresso. Per cui Trump anche se si veste da satrapo babilonese, non ci pensa nemmeno ad uscire dalla Nato. Piuttosto sta facendo i salti mortali per non arrivare ad una guerra diretta con la Russia e non perché teme di perdere, la Russia manco sconfigge l’Ucraina che solo si difende. Trump ha vinto le elezioni per fare la pace, non per annientare la Russia. Povero Trump. Settanta giorni alla Casa Bianca e teme di fare la fine di Lyndon Jhonson che si era messo in testa di trattare la pace con Ho ci min a cui Kennedy aveva fatto la guerra. Giustamente.

licenza pixabay

Tags: KrausTrump
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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