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La vittoria marziana

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
11 Novembre 2024
in Analisi
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Ora che si sono potuti vedere con maggiore documentazione i risultati elettorali statunitensi si comprende che non c’è stata partita e che un’altra volta i sondaggi dell’ultima ora sono stati ridicolizzati, alla faccia di chi ancora li prende sul serio. Il campione più rilevante è il voto nel Wisconsin bianco e democratico che quattro anni fa aveva dato la maggioranza a Biden per quasi 140 mila voti e che Trump ha espugnato con un vantaggio di ottomila. La controprova in Georgia, altro Stato democratico, questo a prevalenza afro americana, dove Trump è passato con due punti percentuali di vantaggio. Quella della Harris non è stata una sconfitta, è stata una disfatta.

Per alcuni commentatori nostrani l’America sarebbe dunque impazzita. Tale il rancore delle classi medie e piccole, il loro impoverimento, da farsi abbindolare da un criminale come Trump. Siamo arrivati al punto che sulla televisione di Stato sono stati denunciati mafiosi e killer di mafia come amici e attivisti, Reporter di RAI 3, ovviamente. La democrazia è dunque finita. Non ci resta che andare a Cuba con Ranucci. Tale è lo sciocchezzaio pubblicato in Italia, dove ancora non si ha nessuna confidenza con la società americana, nemmeno vivendoci. Non aiutano polemiche come quelle dello speaker democratico del congresso, Nancy Pelosi. Pelosi ha accusato Biden di essersi ritirato troppo tardi, quando visto il voto popolare Biden avrebbe fatto meglio semmai ad accettare la sfida. Soprattutto perché Biden ha la patente di essere un candidato indipendente dai clan Obama e Clinton che non godono più di nessuna considerazione al loro esterno. Kamela era semplicemente il punto di contatto medio fra quelli. Per di più la Harris ha fatto una campagna elettorale degna del secolo scorso. quando Trump non si è fatto mancare niente dall’attentato, alla missione su Marte.

Biden è stato un eccellente presidente su cui è gravata la penosa eredità di Obama sin dal momento di lasciare l’Afghanistan. Poiché l’America non aveva mire sull’Afghanistan, quella regione andava lasciata appena catturato Bin Laden che fra l’altro si trovava in Pakistan. Cioè, l’amministrazione Obama fallì completamente traiettoria. Se mai avesse voluto aiutare a far nascere la democrazia afghana, doveva combattere i talebani, come aveva chiesto il generale Petreus, che fu rimosso dal comando. I talebani prosperarono e si allearono persino con i signori della guerra che prima li avversavano, tanto erano miserabili gli americani. A quel punto, restare ancora in Afghanistan significava solo scaricare sulla prossima amministrazione le responsabilità di un disastro. Obama era convinto che sarebbe capitato ad una amministrazione repubblicana, i democratici avrebbero vinto una terza volta con Illary e sbagliò pure il calcolo.

Biden si prepara a rendere il suo estremo servizio al paese garantendo una transizioni ordinata, ed ha il merito di riconoscere la piena legittimità del nuovo corso politico, superando il momento nero dell’assalto a Capitol Hill. Un incidente di percorso grave, ma su cui inutile formalizzarsi soprattutto rispetto ai disastri di Obama con le sue primavere arabe. Biden ha governato il suo tempo alla meno peggio e Trump ha rivinto a fine carriera. Si è conclusa un’epopea. Vittoria tanto eclatante, perché l’immagine dell’America è appannata, e con tutti i suoi sforzi Biden non è riuscito a rilanciarla. Al contrario, l’America di Biden è sulla difensiva, minacciata dai russi, dai cinesi, dall’Iran persino dagli Huti, per non parlare dei messicani che l’invadono. Il sogno americano prima di Kennedy era, per tutti i bambini di età scolarizzabile, David Crockett, un tipo che nel tempo perso dava la caccia agli indiani. Finiti gli indiani, andava a combattere l’esercito di Sant’Ana con venti uomini. Questo per l’eroismo. Il modello politico di riferimento di successo invece, resta ancora quello di Andrew Jackson, che divenne presidente dopo aver difeso New Orleans ingaggiando i pirati dei caraibi, i bucanieri.

Il Jean Lafitte di Trump è stato Elon Musk che gli ha portato come tesoro il sogno di Marte. Al che un elettorato europeo direbbe, cosa ce ne importa di Marte? Quello americano vi vede la nuova rivoluzione all’orizzonte, il cambiamento totale delle proprie condizioni di vita. Marte è inabitabile e nessuno ci si trasferirebbe, certo, Resta l’idea stessa di forzare i principi della conoscenza umana, di cercare qualcosa a cui secoli di filosofia non hanno saputo rispondere, la promessa della nuova frontiera che ritorna. Cosa c’è di più entusiasmante per l’americano medio, lettore fin da fanciullo dei romanzi e dei fumetti di fantascienza, che al cinema si reca a vedere “I Guardiani dell’Universo”?

Che poi davvero tutto questo possa tradursi in uno spostamento in avanti dei principii del sapere, non è che abbia molta importanza. Di sicuro implementerà i conti di Musk . Quello che interessava all’elettorato è l’idea di grandezza proiettata dalla campagna di Trump a cui affidare le proprie prospettive di crescita. Di questa la nuova amministrazione dovrà rispondere. Clinton disse saremo “lo sceriffo del mondo” e nonostante la Lewinsky rivinse le elezioni. Trump le ha vinte vagheggiando l’idea di ampliare i confini del mondo conosciuto. Gli americani non sono affatto così creduloni. Immaginano perfettamente i limiti con cui si scontreranno i loro presidenti. .Ciononostante, pretendono che ci si dimostri all’altezza dei propri pronunciamenti. Rispetto a candidati che appaiono senza ambizioni, che fanno vuote promesse, in sostanza raccontano frottole, questo rappresenta ancora per tutti loro un’opportunità.

licenza pixabay

Tags: MARTEMusk
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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