Il 22 ed il 23 marzo, giorni in cui si voterà per il referendum sulla giustizia, si annunciano di straordinaria follia. Solo il fatto di pretendere che gli italiani allora siano diventati tutti esperti di diritto comparato, dovrebbe essere sufficientemente indicativo. Il professor Barbero, già conoscitore attento di duemila anni di storia, se ne è dovuti appioppare anche altri cento di giurisprudenza.
Intanto, ci si sbizzarrisce nelle situazioni più incredibili. Chi vede estendere l’ombra del dominio politico sulla giustizia, quando fu il fascismo a volerle unificate le carriere. Evidentemente Dino Grandi era un incompetente. Chi è stato perseguito da giudici dell’attuale ordinamento, teme il ritorno dei Torquemada da strapazzo. Presto rimpiangeremo pubblici ministeri equilibrati e garantisti come Davigo, De Pascale, Di Pietro, Maddalena, Boccassini. Una tragedia..
Se uno legge il pensiero di un fine stratega come Goffredo Bettini, apprende che lui era favorevole alla separazione delle carriere, come tutto il suo partito nel 2018 del resto, ma che voterà contro lo stesso. Bisogna dare una spallata ad un governo barcollante. Poco importa che l’intero partito democratico possa implodere, dato che non tutti posseggono il senso della manovra politica di un Bettini. Chicco Testa preferisce essere coerente alle sue idee, per non parlare di un Ceccanti o di un Barbera, professionisti del settore e curatori dei progetti di riforma.
La cosa di maggior buon senso che poteva fare il Pd davanti alla proposta del governo, era di congratularsi. La maggioranza era venuta sulle sue posizioni con soli cinque anni di ritardo. Invece l’onorevole Schlein voleva andare, come sua prassi, allo scontro. Purtroppo ha scelto il terreno più sdrucciolevole, considerati i precedenti. Senza contare la pretesa che i comuni cittadini si pronuncino su temi di cui francamente non sono competenti e magari a fatica capiscono di che si tratti, tipo il doppio Csm.
Può darsi benissimo che in caso di vittoria del no, un governo in difficoltà sbandi clamorosamente, il che pure non comporta che il Pd se ne avvantaggi. Nel corso di questa sua battaglia referendaria, il Pd deve rifare tutti i conti. Calenda, piuttosto che allearsi a verdi sinistra e Conte, preferisce la più rassicurante Forza Italia. Lo stesso Pd potrebbe spaccarsi. Picierno, Del Rio, Gori, non sembrano più compatibili in quel partito.
Si capisce bene che la suggestione referendaria debba essere parsa irresistibile. Far saltare la Meloni come saltò Fanfani sul divorzio. L’unica controindicazione meritevole di venir soppesata, è che il divorzio c’era già in tutto il mondo democratico, in alcuni paesi europei, fin dal 1800. Esattamente, come oggi, c’è già ovunque la separazione delle carriere. Di comune con il referendum del 1974, c’è solo il drammatico ritardo del paese sulla Giustizia come allora sui diritti civili.
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