La riflessione di Francesca Rigotti sul tema della clemenza (Clemenza, il Mulino, Bologna 2023, pp. 136), cui qui prestiamo attenzione, muove dal chiedersi che cosa essa è e chi avrebbe il compito di esercitarla: «il giudice mite, il padre indulgente, l’insegnante benevolo, il sovrano misericordioso, il politico populista?». È indubbio che la clemenza sia una «virtù gerarchica», in quanto presuppone la disposizione benevola di un superiore nei confronti di un inferiore. Si tratta quindi di una virtù pubblica, esterna, non privata ed interna, come lo sono, ad esempio, la bontà o l’umiltà. Prova ne è che essa viene richiesta alla giustizia e, talvolta, anche concessa da quest’ultima, come è il caso della grazia nel diritto penale. L’obiettivo dell’autrice è, tuttavia, di trattare la clemenza non come un concetto esclusivamente giuridico, ma di vederne anche i risvolti morali, politici e pedagogici.
Rigotti afferma che il grande teorico della clemenza è stato Seneca, il quale, nel trattato intitolato a essa, afferma: «clementia est inclinatio animi». Ora, clementia e inclinatio condividono lo stesso etimo. Vengono dal verbo greco klíno: piegare verso, declinare. Viene evocata così subito l’idea di un qualcosa che «sporge, che eccede, che esce per un momento dalla sua rettitudine», così che, riferendo la clemenza alla giustizia, associamo la seconda al gesto di chi «si piega, si inclina, si china», il quale poi altro non è che il gesto stesso della cura: il gesto della madre che pende e si china amorevolmente verso il neonato, come nell’iconografia della Madonna cristiana con bambino.
Se Seneca è stato il grande teorico della clemenza, ciò è indice del fatto che essa si sviluppa prevalentemente nel mondo romano, dove appartiene al lessico bellico prima che a quello giuridico. Per Cicerone, essa si riferisce a tutti quei doveri che vanno osservati anche rispetto ai nemici, quando questi, ad esempio, non sono stati né crudeli né spietati. Nel mondo romano, chi ha incarnato la clemenza è stato, in particolare, Giulio Cesare, il quale la praticava, risparmiando gli avversari, per guadagnarsi così il consenso popolare. In tal senso, essa è la virtù del sovrano perfetto, di colui che esercita la giustizia alieno da vendetta, nonché nel segno dell’equità, non della compassione o del perdono.
Due sono i riferimenti obbligati quando si parla di clemenza. Uno, lo abbiamo già visto, è Seneca, l’altro è Mozart, autore dell’opera lirica La clemenza di Tito (1791), su libretto di Metastasio. Qui, in un’immagine idealizzata, l’imperatore Tito viene presentato come colui che, ponendo il benessere dello Stato davanti a propri interessi, non tradisce la sua disposizione naturale alla clemenza, nonostante la cerchia dei propri intimi tramasse contro di lui.
Alla ricerca di un sinonimo di clemenza, Rigotti lo individua nel termine “dolce”, anche perché esso tende a mescolare la sfera del sensibile con quella della morale. «Il termine indica un gusto non forte, non pungente […]: relativamente al comportamento di un potente indica un atteggiamento gentile, benevolo, mite… insomma clemente». Su questa stessa linea, un altro termine che può essere accostato a clemenza è “grazia”. Essa indica un qualcosa che reca gioia e piacere, dove quest’ultimo è, però, un piacere non individuale e personale, ma «sociale, mutuo, reciproco. […] La grazia lega le persone attraverso l’esperienza del piacere e dello scambio di piacere». Dall’accezione giuridica del concetto di “grazia” si ricava, in particolare, che essa «è un tipo di perdono clemente che interrompe l’ordine politico-giuridico della giustizia».
Prima vedevamo come l’icona della clemenza sia data dal gesto di una donna: la madre che, nel gesto della cura, si china amorevolmente verso il suo bambino, gesto ripetuto da tutte quelle infermiere che alla cura si dedicano, ogni giorno, professionalmente Ma donna è anche Porzia che, nel Mercante di Venezia di Shakespeare, tesse un elogio della clemenza. E donna, ancora, è la giustizia, in tutte le raffigurazioni simbolico-allegoriche che la riguardano. L’autrice ne trae lo spunto per concluderne chiedendosi se la clemenza non vada considerata, forse, come una virtù tipicamente femminile.
È singolare come, l’Iliade, il poema della guerra e della forza, inizi e si concluda con una supplica. In un caso, Teti, madre di Achille, si china davanti a Zeus, chiedendogli che sia onorato suo figlio, nell’altro Priamo si reca da Achille per riscattare la salma di suo figlio Ettore. In entrambe le circostanze, «due genitori, una madre e un padre, si piegano per ottenere clemenza per i rispettivi figli». In questi due luoghi classici della supplica, è molto significativo il fatto che l’atto di clemenza legato alla supplica si dispieghi nel segno della reciprocità, laddove, per definizione, dovrebbe essere squisitamente gerarchico. «Non necessariamente momento di umiliazione e di subordinazione da parte di chi chiede, la supplica di clemenza si presenta con caratteri di reciprocità quasi rituale». Proiettando questo motivo sul nostro presente, afflitto dal dramma della guerra e della migrazione, possiamo conservare così l’idea del supplice come qualcuno che si piega, con la differenza, però, che questo chinarsi non è «davanti a un altro uomo, quanto alla disgrazia».
Stomer, Morte di Seneca | Il Sistemone | CC BY-SA 4.0







