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Il banco di prova

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
24 Dicembre 2024
in L'editoriale
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“Non ci sarebbe nulla di nuovo se presentassimo un piano all’Africa. La cosa nuova è scriverlo insieme”. Sono le commoventi parole del presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni proferite l’ottobre scorso durante la sua visita a Maputo, parlando con il presidente Niusy. Niusy da dieci anni buoni al potere, esponente del FreLimo che governa da cinquanta il paese. Da quando indossava i calzoni corti. I genitori di Niusy sono veterani della guerra con la Tanzania. Il FreLimo è partito dell’era sovietica in cui il Mozambico, una volta reso indipendente, aveva gravitato necessariamente. Anche se nel 1992 la comunità di Sant’Egidio riuscì a far siglare a Roma gli accordi di pace fra la socialista FreLimo ed i ribelli nazionalisti, la FreLimo è rimasta al potere ininterrottamente e la situazione che adesso è esplosa a Maputo, in tutta la sua violenza, è iniziata a degenerare lentamente fin dal 2000. In particolare nel nord del paese a Cabo Delgado, tanto che si è ricorso alla vecchia amica Russia per ristabilire l’ordine. Nel 2019 intervenne la Wagner di Prigozhin. Disgraziatamente i contractor russi, che in genere sono quasi sempre all’altezza nelle loro missioni africane, in questo caso non riuscirono a cavare un ragno dal buco. La cooperazione con le forze armate locali fallì miseramente, un po’ come le truppe nord coreane oggi nel Kursk. Causa un problema linguistico. Alla Wagner parlano francese, tedesco, inglese, anche italiano, ma non portoghese, per lo meno all’epoca. Morale, vittime di continue imboscate, gli uomini di Prigozhin vengono decimati, e il governo del presidente Nyusi rescinde il contratto. Primo eclatante fallimento della Wagner che però si ripresenta come se niente fosse nel 2022 quando l’incendio nel nord del paese non appare più contenibile. Chissà, se questa volta non fosse stata richiamata sul fronte ucraino, forse la Wagner avrebbe potuto dare un contributo più risolutivo. Ora il nord del paese è fuori controllo e gli effetti sono arrivati sino alla capitale.

Senza la Wagner e l’appoggio di Putin è tutto da vedere se i ferrivecchi del socialismo mozambicano reggeranno l’urto delle accuse di brogli elettorali che gli si rivolgono, perché, come si capisce, la popolazione è stanca e la rivolta sta dilagando in tutto il paese. Venticinque milioni di abitanti, il Mozambico dispone di risorse di gas nella regione notevoli, l’Eni e non solo, si è già piazzata e la collocazione geografica consentirebbe prospettive di sviluppo formidabili solo a volerle perseguire. C’è solo da capire se l’Italia intende sostenere il suo interlocutore filo russo contestato nelle piazze. In questo caso sarebbe necessario inviare i sodati per aiutare le repressione, la Wagner oramai si è ritirata completamente. Altrimenti il governo italiano dovrebbe cercare di svolgere un semplice ruolo di mediazione, tipo quello ottenuto con successo a suo tempo dalla ong cattolica romana. il che significherebbe comunque rimandare il suo piano Mattei tanto bene avviato.

Purtroppo l’esito di una trattativa con uno scontro virulento in corso, non è scontato, anzi. Quasi trent’anni passati ininterrottamente sotto gli interlocutori dell’onorevole Meloni, hanno esasperato gli animi e i ribelli potrebbero non credere più nella mediazione. Nel caso invece in cui i ribelli nazionalisti dovessero vincere la partita, ovviamente, nulla vieterebbe di offrire loro le meraviglie del piano Mattei. Resterebbe solo da capire con quale stato d’animo quelli lo accoglierebbero. I nemici storici del partito di Niusy diverrebbero amici dei suoi cooperatori, o preferiranno cacciarli dal paese? Un bel banco di prova per l’onorevole Meloni e la credibilità oltre che la realizzabilità del suo formidabile piano. Pensare che in Mozambico sembrava filare tutto liscio come l’olio, con le relazioni tecniche, politiche e diplomatiche avviate. Che peccato, ecco un bel brutto intoppo. L’Africa vista dai Club Med è sempre un po’ diversa da quella che ci si ritrova di fronte.

galleria della presidenza del consiglio dei ministri

Tags: MeloniNyusi
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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