Verrebbe spontaneo chiedersi se mai i vari Michele Santoro, Berlinguer, Liguori fossero fra quelli che contestavano o ritenevano giusto contestare Renzo De Felice all’università. Perché abbiamo anche chi, come Marcello Veneziani, convinto che De Felice accusi gli alleati di gettare il buon fascismo italiano nelle mani di Hitler, quasi Mussolini non avesse volontà, ma nel complesso il quadro descritto da De Felice nella storia d’Italia per più di un ventennio, è perfettamente esauriente. La dittatura si costituisce sulla base di un consenso popolare molto diffuso e si ramifica sulle inclinazioni più discordanti dei suoi sostenitori. Mussolini ha prima del pifferaio magico, poi dell’uomo politico. Gli italiani, ahinoi, hanno dei topi.
Il fatto stesso che il fascismo non avesse un fondamento teorico antisemita, anche se si era rivelato un fenomeno razzista in Libia ed Abissinia, non testimonia a suo favore rispetto all’antisemitismo radicale del nazismo. Al contrario, bisognerebbe chiedersi come sia possibile che dall’alto di una differenza così importante fra fascismo e nazismo, il primo si pieghi completamente al secondo. Sempre che anche qui Veneziani non accusi gli alleati di aver indotto al volta coda la nobile terziarietà di Mussolini. De Felice per la verità offre un quadro più complesso, quale la compiacenza della dittatura più debole verso quella più risoluta. È vero, nessuno è più avverso a Hitler di Mussolini, per lo meno al mattino. La sera il Duce ha fatto tutto quello che gli chiede il Fuhrer. È possibile che l’intento fosse di risparmiare la furia nazista sulle nostre case, ma questo sarebbe allora un giudizio morale, non storico. Se ci atteniamo alla storia del fascismo ricostruita de De Felice in maniera eccezionale e non alla sua interpretazione, vediamo questo ginepraio di contraddizioni e di diverse tendenze che non sono proprio lusinghiere per la vita di un unico movimento. Piuttosto vi è da credere che una volta morto e sepolto il fascismo, qualcuna di esse circoli ancora, abbia avuto i suoi frutti contorti e quasi non si riconoscano. Per lo meno fino a quando non ci si trova davanti una qualche nuova ora decisiva.
Massimo Fini che spiega come le truppe tedesche fossero da ritenersi legali in Italia e quelle degli alleati no, cosa vorrebbe dirci? Che bisognava sparare sugli alleati? Eppure, il nostro esercito si sciolse e si dovette costituire una muova milizia ed un nuovo Stato per farlo. Poi abbiamo autentici capolavori di arrampicatori sugli specchi, come quello per cui la guerra mondiale Hitler non la voleva, la volevano gli inglesi. È tutta colpa delle democrazie. Hitler poverino, chiedeva solo l’annessione dell’Austria, della Cecoslovacchia, della Polonia. Poi avrebbe voluto la Lituania, l’Estonia, la Lettonia e anche lui l’Ucraina. Certo che non voleva la guerra mondiale, voleva solo tre quarti di Europa senza che nessuno dicesse bah. Purtroppo per lui non tutti furono così convinti della bontà del suo operato come lo fu Mussolini. Mussolini da amico e protettore dell’Austria all’ultimo momento saltò il fosso e non perché venne spinto dalle infide democrazie occidentali, ma semplicemente perché sedotto dalla irruenza da scimpanzè del suo alter ego tedesco.
C’è da credere che certi tratti opportunistici di Mussolini siano rimasti vivi tutt’ora se non nel popolo negli ambienti intellettuali, nei giornalisti, figli e nipoti, per cui ecco che non si riesce a resistere proprio alla voce del padrone. C’è da dire che Hitler con la sua ferocia seppe impressionare il mondo per lo meno tre anni buoni, quando invadendo la Russia fece in tre settimane un milione di prigionieri dell’armata rossa, schiacciò al suolo mille aerei sovietici e questo dopo aver sconfitto in quaranta giorni una potenza vincitrice della Prima guerra, come la Francia. Putin, che annaspa a Mariupol da due mesi, fa invece piuttosto pena. Per cui spendersi tanto per sostenerlo, come pure si vede nei media, più che un riflesso della cultura fascista e dell’odio per la democrazia anglo americana, è una sciocchezza.
foto Fondazione Ugo Spirito, Renzo De Felice







