Per la verità non stupisce il fatto che Calenda si sia tirato indietro dall’accordo con il partito democratico, la sua forza politica sarebbe arrivata disintegrata al voto. Semmai stupisce che l’abbia firmato. Erano fin troppo evidenti tutti gli elementi che Letta ha ammesso onestamente nel corso dei vari balletti con gli altri protagonisti della sua coalizione, ovvero che non si trattava di un progetto di governo del Paese, ma di un mero cartello elettorale per battere le destre.
Sia chiaro, quelle di Letta sono intenzioni nobilissime, non fosse che per battere una destra quale che sia serve proprio un progetto di governo del paese ben definito e credibile. Letta invece riproponeva una versione dell’Ulivo puro e semplice. Più debole dell’Ulivo elettoralmente, perché allora occorreva che includesse Conte, che di destra non si ritiene e molto più debole politicamente perché Prodi ed i suoi elettori credevano di poter gestire il consenso una volta a Palazzo Chigi, cosa che solo l’esperienza ha dimostrato impossibile.
Letta ha dunque peccato di dilettantismo più di Calenda, il quale adesso cerca disperatamente per lo meno di preservare la sua forza elettorale che il segretario del Pd sta per condurre al disastro.
Sia chiaro, anche noi eravamo, come Calenda, convinti della necessità di un accordo con Letta, e, a differenza di Calenda, ritenevamo necessario estendere questo accordo anche a tutti coloro che hanno sostenuto il governo Draghi. Potevamo persino essere favorevoli a ricomprendere forze che Draghi non lo avessero sostenuto, ma solo alla condizione che Draghi rimanesse al suo posto per continuare l’opera di governo intrapreso sulla base di un mandato politico elettorale e non più sulla base di un’emergenza nazionale che pure ancora esiste. Nel momento nel quale questa prospettiva viene completamente meno, perché, come pure si dice “Draghi non va tirato per la giacchetta”, o anche “l’agenda Draghi non esiste, compratene un’altra in cartoleria” , dobbiamo mutare i passaggi e le prospettive dell’azione politica intrapresa. Infatti, anche noi non vogliamo un governo Meloni, Salvini, ma con tutto il rispetto, non vogliamo nemmeno un governo Letta, Fratoianni, Conte.
Un sistema elettorale come quello che è stato concepito penalizza chi va da solo alle elezioni e il Pri che ha partecipato con una lista dell’edera in completa solitudine a quelle passate lo sa meglio di chiunque altro. Eppure vi è la necessità di dire al paese dei rischi che si prepara a correre una volta privato della copertura del prestigio assicuratogli da Draghi in questi mesi, dove il prodotto interno lordo è stato superiore a quello cinese. Tolto di scena Draghi, la prospettiva è di un governo di destra, che solo per le intenzioni dichiarate farà schizzare il debito pubblico alle stelle, scavandoci un abisso sotto i piedi oppure il non governo della coalizione di Letta.
C’è ancora lo spazio per chiedere che Draghi continui la sua esperienza alla guida del paese e così come lo ha compreso forse in extremis Calenda, lo possono capire per tempo anche una maggioranza importante dei cittadini.







Ottima valutazione i miei più vivi complimenti
Vittorio Guillion Mangilli