Nel 1966 la Rai affidò a Ugo Zatterin la presentazione di uno sceneggiato che ricostruiva la notte del 24 luglio del 1943, La resa dei conti del Gran Consiglio. Con perizia e sapienza si evidenziava la questione politica dell’ordine del giorno Grandi, ovvero considerando l’ipotesi che quello potesse rappresentare la vera posizione di Mussolini e che sarebbe dovuto passare a maggioranza, non all’unanimità, per fare del duce una vittima. A contrario di chi pensa che Mussolini fosse un imbecille, o almeno rimbecillito, dall’ottobre del 1942 egli era convinto, ci sono i documenti, che la guerra fosse persa e l’incontro di Feltre la settimana precedente alla convocazione del Gran Consiglio, gli conferma che oramai Hitler viva completamente fuori dalla realtà. Per quello che concerne la personalità di Mussolini, essa viene ritratta incontrovertibilmente da Ciano nel suo Diario fin dal 1939. Il duce la mattina dice una cosa, il pomeriggio ne pensa una seconda, la sera ne ha fatto una terza opposta alle prime due. Una tale obliquità caratteriale consente una grande quantità di movimento, inclusa la pantomima. Per non parlare dei suoi rapporti con Grandi, di cui Mussolini conosce perfettamente le simpatie filo inglesi. Se lo è sempre tenuto stretto proprio per quelle.
In questo caso il Gran Consiglio non sarebbe stata una congiura, ma il capolavoro di Mussolini. Egli si preparava ad uscire dalla guerra come una vittima, scaricando tutta la responsabilità dell’imminente sconfitta sulla monarchia e suo malgrado. Avrebbe aspettato la fine della guerra in qualche posto al sicuro, pronto a ritornare in pista in una situazione chiarita, potendo dire, mi hanno fatto fuori, io che ero tanto bravo. Meglio comunque che finire appeso ad un gancio. La messinscena sarebbe stata tanto perfetta che il fascismo, capace di tenere in pugno la nazione per vent’anni, di colpo dilegua. A Roma ci sono i battaglioni della milizia, Palazzo Venezia è presidiato dai feroci agenti dell’Ovra e nessuno fa niente. Il segretario del partito, Scorza che tuona fuoco e fiamme contro Grandi, il giorno dopo va in ufficio a leggere la corrispondenza e a prendere il caffè. Scorza non sa nemmeno cosa succede del duce. Il duro Farinacci è al cinematografo, altri fedelissimi in gita fuori porta. Alla notizia dell’arresto silenzio assoluto. Ammesso che il fascismo fosse semplicemente ridotto ad un’operetta, la risposta all’arresto del duce, appare per lo meno strana, come appariva ancora più strana la convocazione dello stesso Gran Consiglio che ha sempre espresso unicamente il parere di Mussolini, mai il contrarrio.
La trasmissione condotta da Zatterin non può certificare un simile quadro, nessuno potrebbe essere in grado, eppure lo adombra come ipotesi storica da tenere in considerazione se si vuole cercare di comprendere esattamente la crisi del regime. Il ruolo del re in tutto questo è ancora più incerto, in quanto se l’intelligenza di Mussolini è indubbia, quella del sovrano è imponderabile. Poi vi sono stati storici successivi convinti che anche il re facesse parte del piano, ma qui gli elementi politici vengono meno. Impensabile che Mussolini andasse davvero a cercare il consenso del re per arrestare e magari fucilare, due collari dell’Annunziata, ovvero due cugini di casa reale, due quadrunviri, due membri di governo, i presidenti delle Camere. Meglio tirarsi un colpo in testa. Di tutta questa materia complessa nel nuovo sceneggiato andato in onda su Rai uno per tutta questa settimana in prima serata, La lunga notte, la caduta del fascismo, non c’è più nessuna traccia. Mussolini è un iracondo tiranno che starnazza a vuoto, Hitler come e peggio di lui, Grandi un fascista che improvvisamente prende coscienza e Ciano, Ciano per la verità non si capisce. Come gli dice la moglie Edda nello sceneggiato, per lui non c’è più futuro. E’ il fascismo visto dal buco della serratura, con amanti, mogli e persino nipoti che lacrimano si suicidano e complottano. Un melodramma di intrattenimento al posto de Il commissario Montalbano. Il produttore della Fiction, Luca Barbareschi ha detto presentando l’opera in conferenza stampa, che è giunto il momento di fare i conti con il passato. Per la verità la Rai aveva iniziato a farli già 54 anni fa. Da allora, semmai, sembra non esserne proprio più in grado.
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