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Il metodo imperiale

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
20 Febbraio 2025
in L'editoriale
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Con tutto il massimo rispetto, bisogna pur far presente a Sabino Cassese sul Corriere della Sera ieri che, “il metodo imperiale di Donald Trumo”, o addirittura “cesarista”, come si legge, richiede l’impiego dell’esercito. Vero che Bonaparte ottenne il consolato a vita e poi il titolo di imperatore con due referendum, ma Bonaparte a 29 anni aveva già vinto più battaglie di Carlo Martello. Cesare, senza le sue legioni, sarebbe stato messo fuori legge dal Senato. Trump, che vuole comprare la Striscia di Gaza, sicuramente appare come un fenomeno molto particolare, comunque improprio rispetto alle caratteristiche storiche degli imperi conosciuti in quanto tali. Roma si riscatta con il ferro, non con l’oro.

Anche la decretazione straordinaria va valutata con cautela. Gli Stati Uniti d’America possiedono una giustizia federale e una Corte Suprema, per cui bisognerà attendere cosa resta di tanta ansia di prestazione. Lo stesso Cassese ha ricordato che nel Congresso, nonostante la maggioranza repubblicana, Trump potrebbe trovarsi degli oppositori. Negli imperi, il parlamento, quando esiste, è nominato dall’imperatore. In America risulterebbe ancora elettivo. Il solo mid term potrebbe rovesciare completamente le prospettive del governo trumpiano. Per cui calma e gesso, Trump ancora non ha fatto cento giorni del suo secondo mandato.

Cassese ricorda, niente popò di meno, Arthur Schlesinger jr, il primo a parlare di dottrina imperiale statunitense. Schlesinger lo fece contro Nixon che anche aveva ottenuto un secondo mandato, il suo continuativo, forte di un apprezzamento dell’elettorato, con tutto quello che di Nixon si era detto, capace di registrare punte superiori al settanta per cento. Il povero Arthur jr, una delle teste d’uovo di Kennedy, a guardare simili cifre, comprese che non sarebbe più tornato alla Casa Bianca come consulente presidenziale, a meno di un miracolo. L’impero americano, se esiste, si fonda sul consenso. Un consenso che passa attraverso le urne ogni due anni, per cui il presidente appena perde la maggioranza del Congresso, finisce come un pesce in un acquario, altro che impero.

Trump, nel suo discorso di investitura, ha rievocato il vecchio presidente McKinley, e si sono mobilitati gli americanologi per spiegarci che McKinley era un imperialista autentico. Fece la guerra alla Spagna, cioè liberò Cuba dall’ultimo residuo feudale del secolo. Poi conquistò persino le Hawaii, una dura lotta contro albatros e foche monache ed infine puntò al canale di Panama. Cioè McKinley voleva un punto di contatto fra Pacifico ed Atlantico, ed una difesa naturale nel Pacifico. Un presidente sicuramente notevole, ha ragione Trump a ricordarlo. Mise i dazi! Anche Jimmy Carter, se è per questo. Rispetto ai trent’anni precedenti, McKinley assunse sulla sua amministrazione responsabilità proprie del Congresso. Infatti riprese le caratteristiche politiche di Lincoln che si erano volute interrompere dopo una guerra di secessione durata cinque anni e costata seicentomila morti. Le stesse responsabilità furono assunte da George Washington, da Andrew Jackson, accusato di autoritarismo, e persino da Jefferson. Tutti contribuirono alla Teoria Esecutiva Unitaria per la quale il presidente integra i poteri del capo dello Stato con quelli del capo del governo, sovrastando il Congresso. Durante il processo di Norimberga, nel 1945, il procuratore Jackson nel suo interrogatorio a Goering chiese quando venne in mente ad Hitler di sommare il potere del capo dello Stato a quello del capo del governo. Goering rispose placidamente, quando abbiamo studiato il modello costituzionale americano. Quello che Goering dimenticava, e forse anche Cassese, sono i contropoteri, fondati appunto sul voto libero. Hitler bruciò il Parlamento, Trump ha forse cercato di occuparlo. Per cui, quando un presidente americano avoca il potere assoluto, può anche farlo, non è detto che vi riesca e soprattutto che possa mai mantenerlo. Arriva sempre una pistolettata, una sconfitta elettorale, un Watergate, dopo otto anni, bene che vada, il pensionamento. Tanto per la casistica.

C’è una gran voglia di equiparare Trump a Putin e di associarli in unico mazzo, magari anche da parte di coloro che fino a ieri volevano una pace qualsiasi in Ucraina. Ognuno è libero di fare la politica che gli pare, in Europa grazie all’America principalmente. Per cui se Trump e Putin raggiungessero un accordo che agli europei non piace, basta rifiutarlo. Trump per quanti difetti possa avere, ancora non ha invaso nessun paese indipendente. Difficile anche che possa consentire che qualcosa del genere avvenga, per lo meno per ciò che riguarda l’Ucraina, una causa politica del partito repubblicano che accusava Obama di aver lasciato la Crimea a Putin. Infine, tutti hanno notato le parole acrimoniose del presidente statunitense verso Zelenskj e sono molto fastidiose ed improprie. Nessuno sembra accorgersi che Putin non parla più di voler fare dell’Ucraina una “Nuova Russia”. Bisognerebbe sapere cosa abbia detto riservatamente Trump a Putin.

Licenza pixabay

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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