Aprire una polemica con un segretario di partito che non si sbilancia su una competizione elettorale fra due candidati eventuali alla presidenza degli Stati Uniti d’America, è segno del provincialismo politico tutto italiano. Essendo l’Italia un alleato degli Stati Uniti d’America, se non si hanno ragioni di affiliazione ufficiale con uno dei principali partiti statunitensi, la preoccupazione delle forze politiche italiane non deve essere quella di parteggiare nella lotta per la Casa Bianca, ma semmai di trovare un’intesa con il futuro vincitore. Non è vero che la campagna per le presidenziali è più dura oggi di quanto lo fosse ieri, o che addirittura l’America potrebbe sfasciarsi oggi, rispetto a ieri. La presidenza Kennedy combatteva il segregazionismo. Non c’era questione più drammatica di allora, considerando che affondava le sue radici nella guerra civile e che soprattutto segnava profondamento gli usi ed i costumi della maggioranza degli Stati del Sud. Eppure l’America resse la prova. Ma oggi, si sostiene, Trump rappresenta una minaccia per la democrazia, ha fatto assalire Capitol Hill, come non denunciarlo? Questo è un problema che riguarda le istituzioni americane che molto difficilmente condanneranno un presidente che si rivolge al popolo contro il palazzo, perché la nascita degli Stati Uniti è proprio quella di un popolo che assale il palazzo. Trump ha aperto semmai un crisi istituzionale, che comporta sicuramente un aspetto grave, ma non una questione democratica. A rigori la democrazia, la teorizzava Marat, presume l’assalto del palazzo quotidianamente, tanto che un simpatizzante di Marat, Immanuel Kant, si spaventò delle conseguenze di questa dottrina contrapponendole quella di una repubblica costituzionale per porre un limite ai continui sovvertimenti della democrazia pura.
A distanza di due secoli il dibattito è ancora complesso e per questo va inquadrato con una certa cognizione storica. Nixon era convinto che i democratici gli avessero rubato le elezioni del 1961, Kennedy in particolare. Eppure Nixon non perse nemmeno un secondo per congratularsi con il suo avversario riconoscendo la sconfitta. Questo era il comportamento per la tenuta del sistema. Se Trump è diverso da Nixon. non significa necessariamente che sia un eversore, ma che il sistema scricchiola in modo tale che egli si vuole porre come l’antisistema. A proposito di minaccia per la democrazia, bisogna ricordare che il Trump dell’assalto a Capitoll Hill era ancora presidente in carica ed in quanto tale comandante delle forze armate. Avesse chiesto ai marines di assalire il parlamento, avrebbero ragione i suoi oppositori. In ogni caso è materia delle corti di Giustizia statunitense che non hanno bisogno del nostro suggerimento.
C’è solo un aspetto che avrebbe ragione di preoccupare l’opinione pubblica internazionale nello scontro per la Casa Bianca fra Biden e Trump e non dipende da chi uscirebbe vincitore, ma proprio dalla riedizione della sfida di 4 anni fa. Al di là dell’età dei due contendenti, non ha nessuna importanza, magari a vent’anni sei più rimbambito che a ottanta, per la prima volta l’America darebbe l’idea di non aver fatto alcun progresso rispetto alla stagione passata e non ci sono precedenti di un tale immobilismo delle classi dirigenti americane, che se hanno conservato un presidente per un secondo mandato, hanno sempre modificato i suoi avversari, o viceversa. Questo in effetti comporterebbe un caso, non la democrazia a rischio, la crisi istituzionale, l’eventuale debolezza che si narra dal 1941, i nazisti erano convinti che si sarebbero trovati contro dei cow boy. Ma l’immagine di una staticità capace di mettere all’angolo il progresso costante della storia americana .
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come al solito gli articoli di riccardo risultano intelligenti colti e con punti di vista meditati e per me assolutamente condivisibili. quello di oggi sugli stati uniti d’america e la ottusa tifoseria italiana decisamente bello