In apertura della International Summer School di Castelsardo fondata da Elio Matassi, organizzata ogni anno da InSchibboleth e dal Dipartimento di Storia Scienze dell’uomo e della formazione dell’Università degli Studi di Sassari, ho presentato qualche giorno fa con l’autore Il sacrificio di Hegel di Joseph Cohen, il testo che ho curato per la casa editrice Mimesis, con una importante introduzione di Gerard Bénsussan (Università di Strasburgo). Ripropongo qui parte del mio intervento. Torneremo a parlare de Il sacrificio di Hegel il 27 agosto a Napoli, presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con Antonio Pirolozzi (Pontificia Università Antonianum) e Gabriela Zapponi.
Io sto leggendo, ancora non l’ho terminato, lo confesso, l’ultimo romanzo di Gian Marco Griffi, l’autore di Ferrovie del Messico, che si chiama Digressione, un’opera dove Asti diventa il centro dell’Universo, Benito Mussolini custodisce asini a Pantelleria e un libro misterioso genera infinite storie e deviazioni.
Perché Digressione è un romanzo che ci vuole raccontare tutto quello che è esistito, che esiste ed esisterà e non esiste ancora. Come una mappa cartografica che punta a rappresentare il territorio, ma qualcosa manca sempre, per cui la narrazione si apre al particolare, alla singola storia, alla singola vita possibile, in un mondo che non si esaurisce mai e non si chiude in una compiutezza qualsiasi. Tutto è Digressione, e Digressione è tutto; poiché, come la vita stessa altro non è che «un’immane digressione nel tragitto che dal grembo materno conduce spietatamente alla tomba». Griffi non si occupa nemmeno di una storia, non è questo un romanzo con una storia. L’autore vuole salvare il particolare e deviare da un discorso qualsiasi, e in questa deviazione ci sono infiniti temi e argomenti. Non è quello che aveva detto la post-metafisica? Basta con le grandi narrazioni che vogliono chiudere la complessità della vita in una comprensione.
Però. Il però è legato alla presa d’atto, oggi, che siamo tanti atomi isolati, rancorosi, ognuno sconfitto e solo nel suo quotidiano. Non soltanto è tramontata ogni idea forte di filosofia, ma anche le relazioni sono minate. Tutto è ridotto all’utile dell’individuo, al suo interesse immediato e nessuna rete di rapporti interessa più.
Ecco a che cosa serve tornare ad Hegel. Chiamare la filosofia a investire di comprensione e di senso il nostro reale che altrimenti è un andare casuale e confuso, un battere a vuoto. Joseph Cohen torna a cogliere nella filosofia della religione questo sforzo titanico che Hegel ci ha proposto. Nella religione noi ancora non siamo arrivati al Sapere Assoluto, noi siamo ancora in una dimensione rappresentativa. Nella visione hegeliana lo spirito è un po’ la coscienza che un’epoca ha di se stessa, il sapere di sé che ha una cultura in un determinato momento storico. E la religione è lo sviluppo di questo progressivo mettersi a fuoco nella storia, fino al Cristianesimo che mette a tema il cuore di questo studio di Cohen. Il tema è quello del sacrificio. Il sacrificio del singolo. Perché il Cristianesimo rappresenta, cioè mette sulla scena del mondo, il tema filosofico della salvezza della soggettività, della relazione col tutto della determinazione finita. Già nella Scienza della logica quando troviamo questo aspetto? Nella categoria della qualità. Quando io penso A solo in relazione al suo altro. È qui che nasce l’idealismo, per Hegel. È qui che l’idealismo diventa possibile. L’idealismo, dice, consiste nel sostenere che il Finito è ideale e questo significa che il Finito è riconosciuto “Non veramente essere”. Ciò che è semplicemente Finito è semplicemente impossibile. Questo Hegel ce lo spiega prima di introdurre, siamo nella Logica dell’Essere, la perseità. E questo è il sacrificio. La morte sul Golgota della finitezza e la risurrezione nel venerdì santo speculativo. Poi la fede ha bisogno di segni e il segno è il sepolcro vuoto. Questo nodo teoretico è il santo sepolcro.







