Perché il Definanziamento Universitario e in generale alla scuola è un Atto Antidemocratico.
In un’epoca dominata dalla velocità della comunicazione e dalla polarizzazione estrema, il ruolo delle università è diventato un campo di battaglia politico. Tuttavia, ridurre il dibattito a una semplice questione di bilancio significa ignorare la natura profonda dello scontro: l’attacco ai fondi per l’istruzione superiore non è solo un taglio economico, ma un atto di erosione del pensiero critico.
La forza di un’università libera non risiede solo nel trasmettere nozioni, ma nel fornire gli strumenti per decostruire la realtà. Un cittadino colto possiede gli “anticorpi” necessari per resistere al nichilismo e alla propaganda. Quando il potere politico tenta di soffocare economicamente queste istituzioni, sta implicitamente cercando di disarmare il pensiero dei cittadini.
Senza la capacità di analizzare la complessità, il dibattito pubblico si riduce a slogan, rendendo le masse più suscettibili a quella comunicazione orientata, dove il merito scompare dietro il favore politico.
Uno degli effetti più violenti del definanziamento è la trasformazione della conoscenza in un bene di lusso.
Se l’università non è sostenuta dallo Stato, i costi ricadono sulle famiglie. Questo crea una selezione basata sul portafoglio anziché sull’ingegno.
Una classe dirigente che proviene solo da ristrette élite economiche perde il contatto con la realtà sociale, eliminando quel confronto tra idee diverse che è il cuore della democrazia.
Perché i leader con tendenze autoritarie temono l’accademia? Perché l’università è, per definizione, il luogo dove si mette in dubbio l’autorità precostituita attraverso il metodo scientifico e dialettico.
L’istruzione promuove un’autonomia intellettuale che è intrinsecamente “ingestibile” per chi desidera un consenso acritico. Togliere ossigeno economico a questi centri significa voler ridurre la società a un corpo passivo, incapace di produrre una visione alternativa del futuro.
Il tentativo di indebolire l’università è un attacco alla memoria storica e alla capacità di immaginazione di un popolo. Una democrazia senza cultura è come un edificio senza fondamenta: può stare in piedi finché il clima è sereno, ma crollerà alla prima tempesta autoritaria o crisi sociale. Difendere il finanziamento alla ricerca e allo studio significa, in ultima analisi, difendere la nostra libertà di non essere
Se il definanziamento è un atto antidemocratico, è perché il potere sa che la conoscenza non si limita a interpretare il mondo: essa fornisce le istruzioni per cambiarlo. La storia ci insegna che le grandi trasformazioni non nascono dal nulla, ma dal momento in cui il disagio popolare incontra gli strumenti critici per trasformarsi in “progetto”.
Ogni grande movimento di libertà è figlio di un’eresia culturale.
Prima della presa della Bastiglia, ci fu l’Encyclopédie. Senza la diffusione delle idee di uguaglianza e sovranità popolare, la rabbia per la fame sarebbe rimasta una rivolta isolata, non una trasformazione epocale dei diritti umani.
È nelle università che la contestazione ai modelli autoritari ha trovato la sua grammatica, unendo studenti e operai in una critica radicale ai sistemi di potere cristallizzati.
Anche nelle dittature moderne, i primi centri a essere occupati o censurati sono le scuole e i dipartimenti di scienze sociali, perché è lì che si impara a dare un nome all’oppressione.
La protesta senza cultura rischia di essere un’esplosione cieca, facilmente manipolabile o destinata a spegnersi. La cultura, invece, trasforma il suddito in ribelle consapevole.
Definanziare l’istruzione significa quindi togliere al popolo la capacità di organizzare il dissenso. Senza i mezzi intellettuali per analizzare le strutture del potere, la libertà diventa un concetto astratto, una parola svuotata di senso che può essere usata persino dai tiranni per giustificare se stessi.
“La libertà non è stare sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.” — Giorgio Gaber
In ultima analisi, investire nell’università e nella scuola in generale, significa alimentare la capacità di una società di dire “No”. La rivoluzione del sapere è l’unica che non ha bisogno di armi per abbattere i muri dell’ignoranza e del pregiudizio.
Difendere l’istruzione pubblica non è solo una battaglia sindacale o economica: è l’atto patriottico di chi vuole un popolo capace di sollevare la testa, di sognare l’impossibile e di trasformare la propria indignazione in una nuova architettura di libertà. La cultura è l’unico bene che, diviso tra tutti, anziché diminuire, diventa universale.
pubblico dominio







