Le parole pronunciate da Gustavo Zagrebelsky oggi su La Stampa non sono semplicemente una critica giuridica alle recenti esternazioni del ministro Carlo Nordio: sono un severo monito civile e costituzionale. Ed è un monito che ritengo il PRI non possa ignorare. Anzi, da “partito della democrazia senza aggettivi” come lo definiva Giovanni Spadolini, credo abbia il dovere di rilanciare con forza, perché ciò che è in gioco non è una divergenza tecnico-normativa, ma la tenuta dell’equilibrio tra i poteri, la libertà dei magistrati, la stessa qualità democratica della nostra Repubblica. L’attacco del ministro alla possibilità, per il pubblico ministero, di impugnare le assoluzioni in primo grado è solo l’ultimo episodio (e forse il più grave) di una strategia più ampia: ridurre il potere giudiziario a funzione subalterna dell’Esecutivo. Un progetto che affonda le radici lontano, in quella storica ostilità tra una certa destra e la magistratura. Un conflitto mai sopito, il cui teorico e pratico, non dimentichiamolo, è stato Silvio Berlusconi. Egli trasformò i magistrati, non già in garanti della legalità repubblicana, ma in un contropotere ostile, “comunista”, da delegittimare sistematicamente. E i guasti di questa pericolosa li stiamo vivendo ancora, anche con i pesi elettorali che hanno disegnato il parlamento in carica con le sdoganature di una c’era destra che oggi ha preso il sopravvento, spazzando ogni minima impostazione liberale dell’impianto primigenio del PdL dell’uomo di Arcore. Infatti, quello che vediamo oggi è proprio l’eredità culturale di quella stagione. E con essa, l’ipocrisia di una destra che a parole invoca legalità, ordine, disciplina, ma nei fatti cerca di spezzare proprio le armi con cui la legalità viene applicata: l’indipendenza della magistratura, l’equilibrio tra i poteri, il diritto di critica e il diritto di impugnazione. È un cortocircuito logico e politico: si pretende rigore, ma si punisce chi è chiamato a farlo rispettare. Per questo ritengo che PRI, che ha nel garantismo e nell’equilibrio liberale dei poteri la propria stella polare, debba guardare con inquietudine a ciò che sta accadendo. Le parole di Nordio, soprattutto quando evoca la “valutazione disciplinare contro un magistrato che ha osato criticare il governo”, segnano un passaggio pericoloso. E l’insofferenza per la libertà di parola, soprattutto quando esercitata da chi ha un ruolo costituzionale di vigilanza, è il primo passo verso una possibile torsione autoritaria del sistema Italia. In questo quadro, il timore espresso da Slavoj Žižek a proposito del rischio di un “fascismo liberale” negli Stati Uniti assume un valore drammaticamente attuale anche in Italia. È proprio questa la minaccia che incombe: la costruzione di un potere che, come scrivevo qualche tempo fa sempre su queste colonne, pur muovendosi entro le forme della democrazia, ne svuota progressivamente i contenuti. Un potere che si proclama “liberale” mentre normalizza l’intimidazione, restringe il dissenso, riduce il giudice a ingranaggio dell’esecutivo. L’Occidente, come ci ricorda Aldo Schiavone nel suo libro “L’Occidente senza pensiero”, rischia molto quando perde la capacità di produrre idee alte, visione storica, responsabilità civile. La deriva verso un’autorità senza contrappesi, verso un decisionismo che confonde velocità con giustizia, è sempre dietro l’angolo. Ed è per questo che serve una nuova cultura delle istituzioni, che non rinneghi le riforme, ma le compia nel rispetto profondo della Costituzione. Il PRI non è contrario a una riforma della giustizia: l’ha sempre auspicata, e anzi la ritiene necessaria. Ma ciò che non è accettabile è che questa riforma venga usata per piegare uno dei tre poteri dello Stato all’altro. La magistratura non può diventare un burattino dell’Esecutivo. Sarebbe la fine dello Stato di diritto, l’inizio di un regime delle opinioni dominanti, nel quale la critica viene zittita e la verità processuale subordinata al calcolo politico. Ai cittadini che amano la libertà, al mondo giuridico, accademico, alle forze politiche democratiche e repubblicane chiediamo: vigilanza, cultura, responsabilità. È questo il momento di alzare la voce, di difendere l’autonomia della giurisdizione, di affermare che la Costituzione non è una cornice da piegare, ma un limite da rispettare. E che senza giudici liberi, non c’è libertà per nessuno.
pubblico dominio








gentilissimi bisogna valutare in maniera approfondita la riforma della giustizia. il rischio che i magistrati non possano fare indagini senza l’approvazione del governo e possibile i politici devono essere indagati e processati come tutti gli altri cittadini. Attenzione la questione Salvini parla da sola.
Le esternazioni di Nordio non sono compatibili con l’ordinamento costituzionale . battersi contro quelle riforme che vogliono alterare i poteri dello stato.