A fronte di una rivolta della Pennsylvania causata dalla tassa sul whiskey, autunno 1793, il presidente Washington, senza passare per il parlamento, inviò tredicimila soldati di truppa. La vista delle baionette calmò i facinorosi rapidamente. Il prestigio di Washington ovviamente era immenso, tale da imporsi sulla legge scritta, tanto che sua sponte si preoccupava di essere un esempio da prendere a modello per i successori. Senza che ancora vi fosse un apposito decreto, approvato poi nel 1951, Washington rifiutò il terzo mandato. Sosteneva che un uomo non doveva accumulare ed esercitare il potere troppo tempo. Di tutto, fu questo il principio fondamentale della democrazia americana, non i giudici, la Suprema Corte, il governo federale, l’autonomia della Federal Reserve. Il fatto che il presidente sparisce dalla scena politica, non che te to lo ritrovi in Parlamento a sperare di ricandidarsi alla Casa Bianca otto anni dopo.
Il contraltare di Washington fu Roosevelt, il quale non solo pretese un terzo mandato contro il parere del suo partito, ma non mancò di umiliare il Congresso ponendo il veto su ben 670 disegni di legge. Il New Deal, che ha tanti ammiratori oggi, aveva contro mezzo Congresso statunitense e Roosevelt tirò dritto infischiandosene solennemente. Tra Washington e Roosevelt vi sono stati 31 presidenti. Tracciare il profilo politico di ciascuno richiederebbe un impegno storiografico monumentale. Decisivo rimane Lincoln che al Congresso veniva considerato un usurpatore della vita democratica e un sovvertitore dell’ordinamento costituzionale. Questo non a chiacchiere, quelle che Conte e Schlein fanno contro la Meloni. Sette Stati provocarono una secessione e quattro anni di guerra con più di seicentomila morti. Indipendentemente dalle cause e dalle regioni, resta sintomatico che Lincoln venne assassinato a teatro dove recitavano noti attori confederati e sorvegliati dalla polizia, privo di una scorta armata. Il vicepresidente Grant, che avrebbe dovuto accompagnarlo con la consorte, inaspettatamente rimase a casa e con loro la stessa moglie di Lincoln che accusò un mal di testa. Per chi avesse voglia di studiare gli atti dell’inchiesta seguente troverebbe maggiori anomalie di quelli presenti nella commissione Warren. C’è in effetti una analogia fra Lincoln e Kennedy. JFK decideva tutto fra i suoi collaboratori. Il parlamento ratificava o veniva ignorato. Kennedy era accusato dai generali, dalla segreteria di Stato, dalla Cia, dai repubblicani e anche da alcuni democratici, di aver fatto della democrazia statunitense una corte come a Camelot.
Teoricamente il Congresso dovrebbe costituire un contrappeso al potere presidenziale, non fosse che nella pratica, la rappresentanza popolare si esalta nella figura presidenziale e solo quando il presidente cade in disgrazia presso l’opinione pubblica. il Congresso tramortito si rianima. Vedi Nixon con il Watergate. Fino al Watergate durante la presidenza Nixon nessuno si era accorto esistesse ancora un Congresso e neppure un metà mandato, un secondo mandato. Eppure il congresso rimase e Nixon diede le dimissioni. Aveva vinto la guerra in Vietnam Nixon e gli si tolse pure quella.
Tocqueville, un aristocratico contro rivoluzionario, contestò nel suo viaggio in America che la democrazia di quel paese era manipolata fin dalle elezioni dei caucus. Eppure Il popolo americano, in un modo o in un altro, rimane protagonista e sostanzialmente in grado di esprimersi e vivere come meglio preferisce. Questo non esclude i conflitti, i dubbi, i passi falsi, gli errori che ne contrassegnano l’epopea dal giorno dell’Indipendenza. Certo, per chi come Tocqueville, discendente di una delle famiglie più ricche di Francia, non aveva bisogno di consumarsi quotidianamente per vivere come gli pareva, la democrazia americana era proprio una schifezza.
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