Ancora oggi gli storici non riescono a stabilire con esattezza, e mai lo potranno, il numero delle vittime ucraine create dal socialismo nelle campagne tra il 1922 ed il 1935. Quattro, cinque, sei milioni di morti, possono solo indicare cifre approssimative, c’è persino chi ne conta 10 di milioni. L’unica cosa certa statisticamente provata è l’aspettativa di vita di un bambino nato nel 1925. Quel bambino che secondo qualcuno dovrebbe poter essere felice anche sotto una dittatura, aveva un’aspettativa di vita media di sette anni. Un’altra stima difficile da fare è quanti di questi bambini furono mangiati, perché non si può distinguere fra chi veniva divorato da morto e chi veniva ucciso per sfamare il resto della famiglia. C’è una letteratura criminale depositata negli archivi ma serve un certo stomaco per poterla esaminare e fornire dati attendibili. Il mondo preferì fidarsi di Crusciov, che, commissario in Ucraina proprio agli ordini di Stalin, nel 1956 denunciò i tanti crimini commessi senza stare troppo a guardare per il sottile. Crusciov profondamente pentito di quanto aveva egli stesso combinato in prima persona, a mo’ di risarcimento lasciò all’Ucraina la penisola di Crimea, fondamentale negli equilibri geopolitici della storia della Russia, strappata da Pietro il Grande all’impero ottomana. La Crimea comunque dai russi non era più abitata, perché fu la base delle truppe bianche di Denikin che vennero tutte sterminate durante la guerra civile. Quella Crimea di tartari ed ucraini, Putin si è ripreso nel 2014 con la complicità del mondo occidentale, fra rallegramenti e brindisi. Si era tutti convinti, presa la Crimea, che Putin l’avebbe piantata di rompere le scatole. Lui stesso ci assicurò di non avere interessi in Ucraina.
Nemmeno Stalin avrebbe mai osato dire che per tenersi o prendersi l’Ucraina sarebbe stato disposto a sacrificare 300 mila soldati russi all’occorrenza come ha pure detto il suo successore al Cremlino proprio ieri in una riunione ai suoi generali. Stalin ci teneva ad apparire il “piccolo padre” della Russia e si guardava bene dal far sapere il costo in vittime umane del suo regime. Per cui anche se 300 mila morti gli sarebbero parsi un’ inezia per qualsiasi obiettivo si fosse prefissato, non si troverà mai una simile dichiarazione in nessuna memoria, nemmeno confidenziale. Solo un pazzo degenerato potrebbe farla e Putin che ha già perso centomila uomini in meno di un anno di una guerra che doveva durare dieci giorni e non era nemmeno derubricata come tale, già parla di altri trecentomila piuttosto che mollare l’osso.
Ed è sicuro che moriranno trecentomila russi a breve continuando in questa maniera, perché vengono spediti al fronte uomini che non hanno armi adeguate o se le hanno, non sanno farle funzionare. Questo lo stato dell’esercito russo e la spiegazione dei suoi insuccessi. Se quindi è chiaro il punto di vista di Putin, che, come un semidio gioca ai dadi con la vita altrui, bisogna ancora capire quanto la società russa sopporterà un simile flagello, al netto di coloro che già hanno lasciato il paese per non essere reclutati. Conviene ai russi morire nel sogno di una conquista impossibile, come è oramai l’Ucraina, o è meglio sbarazzarsi di Putin una volta per tutte? Questa è la domanda che, prima di una risposta dell’Occidente, ad un dato momento, altrimenti, vi sarà davvero una risposta dell’Occidente, a cui devono rispondere i russi.
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