Il libro di Eugenio Borgna, dal titolo Gioia (Einaudi, Torino 2025, pp. VI-136), esce, postumo, dopo la scomparsa del suo autore, avvenuta nel dicembre del 2024. Esso rientra in quel progetto, portato avanti dallo psichiatra italiano negli ultimi decenni della sua vita, volto a rivendicare alle emozioni una loro valenza conoscitiva, in piena continuità con il motivo delle “ragioni del cuore” di Pascal. In tal senso, «solo una attenzione radente e ininterrotta alle emozioni ci consente di conoscere cosa avviene nella nostra interiorità», nonché «in quella delle persone che il destino ci fa incontrare. Sono le emozioni il fondamento della vita, anche se meno facilmente comunicabili dei pensieri».
In noi, le esperienze emozionali sono inestricabilmente intrecciate con le esperienze razionali, così che decifrare i tratti che presentano le prime richiede, innanzi tutto, un lento esercizio di ascolto e di attenzione verso i modi in cui si annuncia il nostro vissuto più segreto. «Il linguaggio delle emozioni non è se non il linguaggio dell’anima», di quel “grido” silenzioso lanciato da essa che, in determinati frangenti, traspare dallo sguardo docile e remissivo dei nostri occhi. Ora, proprio la gioia è una delle emozioni più nobili e spirituali della nostra vita: quella di cui Rilke ha detto infatti che, nel momento in cui riusciamo a farla fiorire dentro di noi, raggiungiamo così la soglia massima cui possiamo aspirare. E farla fiorire è proprio la formula che più le si addice, perché è esattamente qui che essa si distingue dalla felicità, la quale si caratterizza invece per il fatto che “irrompe” nella nostra vita. La gioia inoltre svolge in noi un’alta funzione discriminante, perché, quando appunto ne siamo pervasi, liberandoci dalle cose mediocri e insignificanti, ci votiamo così all’ascolto di ciò che accade nella nostra interiorità e in quella degli altri.
Ma la gioia ha anche questo di caratteristico: è un che di inappropriabile, nel senso che, non convertendosi mai in una nostra acquisizione, è come l’aria che respiriamo, come la luce che ci circonda. Non siamo noi ad afferrarla, ma essa arriva quando… arriva. Per questo il suo tempo è il presente: quello che è ora e un istante dopo è già passato. Della gioia cioè ne fruiamo nel momento stesso in cui non siamo noi a possederla, ma è essa che ci possiede. E anche per questo l’età della gioia perfetta è l’infanzia: l’età della purezza del cuore in cui riusciamo ancora a godere della vita semplicemente vivendola. «Nella gioia non ci sono più le dimensioni del passato e del futuro, le preoccupazioni e timori, le nostalgie e le paure; si vive nel presente, nell’istante bruciante di un presente, che si dilata e ridona un senso alla vita».
Dal carattere volatile, fragile e leggero della gioia viene poi anche una lezione umana molto preziosa, la quale ha riguardato direttamente l’esperienza professionale di psichiatra clinico di Borgna. «A ciascuno di noi è demandato il compito di rintracciare le orme della gioia nei volti, negli occhi, negli sguardi e nel sorriso di una persona che si incontri con noi, evitando di spegnerla con la nostra disattenzione, e con la nostra indifferenza. Allora quando in una paziente, in un paziente, rinasce qualche goccia, qualche scintilla di gioia non si può non sentirsi chiamate e chiamati a intravedere l’alba della speranza». Borgna suggerisce così che quando uno psichiatra incontra una persona, giovane o anziana, che sta vivendo un momento di gioia, in cui però si intravedono dei sintomi di malattia, ebbene, egli deve far di tutto per tenere in vita e non ferire questa gioia stessa, come avviene, ad esempio, quando ci si attiene troppo rigidamente al protocollo medico del cosiddetto “consenso informato”. «Un bene troppo prezioso, la gioia, perché non la si tenga vicino al cuore, e non la si accolga nella sua luce interiore e nella sua leggerezza, nella sua lievità e nella sua friabilità: nel suo silenzio e nella sua grazia». Su questa stessa linea, va colto anche l’altro suggerimento che ci viene da Borgna: quello di promuovere, in famiglia e nelle scuole, una vera e propria educazione alla gioia, cosa senz’altro possibile, a condizione però di riconoscerla «nei suoi sconfinamenti tematici e nelle sue affinità con la grazia e la gentilezza, l’ascolto e la meditazione, le attese e le speranze, il sorriso e la gratitudine».
Il libro si chiude con un ricordo di Vittorio Lingiardi, il quale indica in quello che è stato il suo maestro l’esempio fulgido di una «psichiatria che non si esaurisce nei deserti della tecnica, ma è sempre consapevole dell’umanità stremata che lampeggia nella follia».
Foto Pierre-Auguste Renoir, La colazione dei canottieri, 1880-81, olio su tela, 130.2 x 175.6 come | CC0






