Nel 2011 Barak Obama e Nicolas Sarkozy decisero di deporre il leader libico Gheddafi. Lo fecero con una serie di incursioni aeree volte a fomentare una rivolta tribale. Gheddafi, al potere da quasi quarant’anni, è stato più volte nell’elenco nero dei terroristi internazionali, venne bombardato da Reagan e persino sospettato di essere l’obiettivo del missile che avrebbe colpito il Dc9 Itavia su Ustica. Si scrisse che Andreotti lo avvertì di cambiare rotta all’ultimo momento. Durante il rapimento Moro, Gheddafi offerse all’Italia una mediazione con le Brigate Rosse per liberare lo statista democristiano e l’avvocato Agnelli lo prese nel board dell’Azienda di famiglia. Prodi gli rendeva visita nella sua tenda nel deserto. Berlusconi gli baciava l’anello. Il presidente Napolitano lo riceveva al Quirinale con tutti gli onori. Gheddafi era l’autore della Rivoluzione verde che aveva infiammato l’indipendenza araba. Finì braccato ed ucciso a Sirte, senza nemmeno un qualche processo. La Libia è precipitata in una crisi da cui ancora non si è ripresa. Il primo a farne le spese fu Obama che si vide morto ammazzato l’ambasciatore Stevens a Bengasi, il principale stratega per il medio oriente. Sarkozy oggi è agli arresti. Al posto di Gheddafi abbiamo torturatori alla Almasri. Rispetto a spazzatura come Maduro, Gheddafi era un grande uomo di Stato del mondo africano. Eppure nessuno disse, Obama e Sarkozy hanno violato il diritto internazionale.
L’arresto ed il prelievo di Maduro, accusato dalla corte di giustizia statunitense di narcotraffico e in attesa di regolare processo negli Usa, potrebbe compromettere il futuro del Venezuela. Se il Venezuela verrà trascinato in una condizione caotica di guerra civile come fu per la Libia, potrebbe destabilizzare l’intera regione. Allora l’America dovrebbe essere imputata di aver commesso un grave errore. Se invece l’amministrazione statunitense ha imparato qualcosa dall’esperienza nefasta di Obama e Sarkozy e saprà guiderà la transizione del paese, appoggiandosi ad un’opposizione perseguitata dal regime di Chavez e Maduro, il giudizio su quanto avvenuto, meriterà di essere positivo.
Dire come si è detto, che è giusto essersi sbarazzati di Maduro, ma che è il metodo è sbagliato, è come dire che bisogna liberarsi di Hamas, senza la guerra a Gaza, o che bisognerebbe sbarazzarsi di Putin, senza difendere l’Ucraina. Visto che questa nazione, l’Ucraina non è dall’altra parte dell’oceano atlantico, è geograficamente situata nel continente europeo, continua così e finisce che Trump userà gli stessi mezzi impiegati con Maduro per liberarsi di Putin.
La presidenza Trump ha dimostrato una eccezionale prova di forza, la stessa impiegata precedentemente in Iran. Sia il Venezuela che l’Iran sono armati dalla Russia e in entrambi i casi sono crollati in poche ore. Al Cremlino, già messi a dura prova dalla resistenza ucraina, si inizieranno a porre qualche domanda. Sarebbe utile una riflessione sulla natura del diritto internazionale.
La Russia rivendica un nuovo multipolarismo, bombardando tutto quello che trova, da Grozny ad Aleppo a Kyiv. Evidentemente è consapevole che il diritto internazionale non è consegnato da una nube celeste. Lo dettano i vincitori. Sono i vincitori della seconda guerra mondiale che ne decisero l’estensione ed i limiti. La Russia rivendica l’Ucraina sulla base degli accordi di Yalta. Disgraziatamente per la Russia, distrutta l’Unione sovietica, quel diritto è finito. L’America lo sta riscrivendo intaccando il regime iraniano e rovesciando quello venezuelano, gli amici di Putin, quelli, ovviamente, non Trump. Trump è amico di Netanyahu, il nemico giurato dell’Iran. C’ è un corto circuito in atto ed ancora si continua con la favoletta delle relazioni particolari fra Trump e Putin.
L’America dalla presidenza Clinton ha mostrato una grande pazienza nei confronti della Russia. La Russia è pur sempre un alleato del 1941 e la politica americana prevede la distensione già con Nixon. Però attenzione, perché, a naso, la pazienza sembra sul punto di esaurirsi..
The White House







