Mandare a scuola chi non ha completato l’obbligo scolastico e chi tra i 18 e i 29 anni non lavora, non si forma, non studia, questo l’obiettivo che un governo della Repubblica dovrebbe sapersi porre dal primo momento. Si tratta praticamente di togliere 360 mila giovani da una specie di parco buoi in cui si trovano ridotti. Fa piacere quindi vedere che per lo meno il ministro Valditara consideri il problema, sostenendo come abbiamo letto in una sua intervista che sei il reddito di cittadinanza deve essere un’occasione di riqualificazione professionale, questo non può prescindere dalla scolarizzazione. Fino ad oggi sembrava invece proprio il contrario.
Centoquarantamila percettori del sussidio sotto i 30 anni hanno la licenza media, alcuni di questi hanno fatto solo le elementari o nemmeno quelle. Il ministro ha detto che tutte queste persone vanno ripotate in classe, il che significa dire di volere prima di un reddito una scuola di cittadinanza.
L’idea che sia l’istruzione il volano della società e non la sussistenza, dovrebbe essere più familiare anche ai repubblicani che per primi posero la questione nel lontano 1793. Da allora lo Stato ha imparato a saper aiutare chi si trova in difficoltà economiche, senza però dimenticare il suo compito principale, ovvero quello di formare dei cittadini attivi capaci di integrarsi socialmente e di dare un contributo allo sviluppo nazionale. Un reddito di cittadinanza che oscilla fra l’emarginazione sociale e una condizione di privilegio permanente, è inutile e dannoso alla Repubblica.
Un ministro “del merito” ha il delicato e oneroso compito di valutare le la scuola di oggi svolga davvero un ruolo di ascensore sociale tale da consentire un miglioramento delle condizioni familiari di partenza di coloro che la frequentano. Mai si fosse abbassato il livello di insegnamento della nostra scuola pubblica, i più ricchi disporrebbero comunque di alternative per educare meglio i propri figli, mentre i figli dei poveri si troverebbero a studiare a vuoto.
In Italia solo il 58 per cento dei ragazzi va al liceo, contro l’80 di Svizzera e Germania. Il ministro Valditara intende puntare su una riforma della scuola tecnico-professionale e il coinvolgimento delle aziende che non riescono ad occupare quel milione e 200mila posti di lavoro, che ci sono eccome, sulla base delle necessarie competenze. Il 46 per cento delle aziende non trova le qualifiche adeguate.
Mai qualcuno pensasse che di lavorare non c’è più bisogno, tanto più che di lavoro non c’è offerta, prendeva un abbaglio colossale. Da questo abbaglio è nata l’idea della decrescita produttiva del paese e delle conseguenze che ne sono derivate, per cui c’è gente che ritiene, senza dover far niente, di venire mantenuta a casa.
Che poi questo governo riesca ad invertire la tendenza e a realizzare i progetti del ministro Valditara è tutto un altro paio di maniche. Per lo meno ha annunciato un cambio di marcia sull’idea dell’istruzione. Il ministro si occupava del monobanco, della Dad, del banco a rotelle, perché per l’appunto lo studio non serviva a niente e bastava vedere le componenti stesse del governo per capirlo. Il messaggio era meno tempo perdi a studiare, più hai possibilità di fare carriera. Forse si cambia.
foto ministero pubblica istruzione e del merito







