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Lacune storiche e geografiche

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
10 Dicembre 2025
in L'editoriale
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Un ritratto pertinente di Putin lo fornì Gianni Agnelli dopo qualche giorno della sua ospitalità. Il nuovo presidente russo parve all’Avvocato, “un culturista”, interessato solo agli attrezzi in palestra. Da qui si comprende anche il livello delle conoscenze storiche del personaggio che equivalgono a quelle geografiche di Trump, un altro che ai libri, per ragioni diverse, ha offerto poco tempo. Solo un culturista può dire che il Donbass sia sempre stato russo, con tutte le popolazioni slave, turche, tedesche mischiarsi fra loro dal 1200 in poi. Basta pensare che Odessa, subito a ridosso, nell’800 era la città più cosmopolita dell’impero russo. Gli stessi cosacchi non sono propriamente russi, anche se in occidente li si considera comunemente tali. Mentre il presidente Trump, che crede la Crimea bagnata da due oceani, la confonde con la Tailandia. Da cui si capiscono le difficoltà di trovare una qualche intesa possibile, Putin pensa che i territori gli appartengano di diritto mentre Trump non sa dove si trovino.

La questione geografica è più rilevante persino di quella storiografica, dal momento che se il presidente degli Stati uniti non sa dove si trova la Crimea, l’americano medio ne avrà le stesse cognizioni che in Europa si hanno sullo Stato dell’ Utah che pure è dieci volte più grande e più popolato. Il che rivela la ragione del completo disinteresse statunitense per la questione in corso e la seccatura di doversene occupare. Gli europei sono convinti nel loro provincialismo che Trump sia interessato agli affari e non alle sue promesse elettorali, soprattutto in un momento che cala rovinosamente nei sondaggi. La guerra che si prolunga in Ucraina, a parte i miliardi dei contribuenti, gli costa consensi e quindi il presidente americano ha bisogno, primo, di scaricarla sulla passata amministrazione ed ha anche ragione, poi di chiuderla in fretta. Non gli importa molto, come poco importa al popolo americano, se Zhaporizha, sia russa, ucraina o cosa. Trump non sa nemmeno dove si trova Zhaporizha. Da qui la proposta malandata di far finire la guerra con un compromesso provvisorio, perché per avere le garanzie sulla salvaguardia dell’Ucraina, dopo quanto si è visto, bene, bisognerebbe cancellare la Russia dalle mappe una volta per sempre.

Va detto che anche gli europei hanno qualche lacuna storiografica. Non si ricorda di come l’America salutasse con entusiasmo la giovane rivoluzione bolscevica. Indipendentemente dai contenuti politici economici, la Rivoluzione apparve una profonda promessa di rigenerazione nazionale. Anche l’America fu rivoluzionaria. I principali milionari capitalisti statunitensi offrirono a Lenin venti milioni di dollari per affrontare la carestia del 1920 e Lenin li rifiutò con disprezzo. Stalin invece accettò volentieri tutti gli aiuti che Roosevelt decise di inviare dopo l’aggressione tedesca. Roosevelt si mostrò molto più generoso con la Russia che con l’Inghilterra, a cui aveva chiesto parte del tesoro di Sua Maestà per rifornirla. Anche davanti alla scoperta delle fosse di Katyn, Roosevelt fu generoso. Durante la conferenza di Teheran nel 1943, tutti sapevano benissimo che il massacro era un ordine di Stalin e pure a Stalin si lasciò l’intera Polonia. Perché? Perché l’America non è guerrafondaia per niente, voleva concludere il conflitto con la Germania ed il Giappone, non iniziarne un altro con la Russia che occupava l’Europa sino a Berlino.

Che la proposta americana di pace non piaccia, è legittimo e comprensibilissimo. Sarebbe molto meglio cancellare la Russia di Putin che trovarci un accordo, esattamente come, nel 1945, Churchill. potendo, l’avrebbe cancellata. Il premier inglese aveva meno simpatia per la rivoluzione bolscevica di quanto i leader europei ne abbiano per il culturista Putin. Nessuno obbliga gli europei a seguire il piano di Trump, ci mancherebbe. Basta solo entrare in un’economia di guerra per supportare una nazione che è un terzo della Russia. Non è detto che si vinca, come non si può dire che si perda. Intanto si strozzerebbe in gola l’accusa di debolezza e di non saper cosa fare, lanciata dal presidente americano. Diamo il nostro welfare all’Ucraina per combattere fino alla vittoria, o proprio mandiamo le truppe per ricacciare i russi. Altrimenti la piantiamo qui e iniziamo a considerare seriamente la proposta americana.

pubblico dominio

Tags: Agnelli
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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