L’articolo 48 della Costituzione repubblicana definisce l’esercizio di voto, “libero e segreto”, come “un dovere civico”. Libertà e segretezza prevalgono sul titolo di dovere, altrimenti il dovere di voto sarebbe stato regolarizzato a norma di legge. Bisogna poi considerare che l’articolo 49 specifica il diritto dei cittadini di associarsi in partiti per concorrere alla determinazione della vita politica. Il referendum non rientra nei titoli di questa Prima parte della Costituzione che concerne i diritti ed i doveri. Infatti il referendum per essere convalidato ha bisogno di un quorum, proprio perché l’attività referendaria non è considerata un dovere civico. Nel secolo scorso era l’onorevole Pietro Ingrao, il campione del parlamentarismo antireferendario. La Svizzera, diceva l’esponente del Pci, faceva un referendum all’anno e pure la Svizzera non era certo più democratica dell’Italia. Fosse stato per il Pci si sarebbe evitato anche il referendum per il divorzio. In compenso quel partito si schierò subito per quello contro il nucleare. Libere scelte, perfettamente lecite.
Vigente la stessa costituzione repubblicana, non c’è dunque ragione alcuna per chiedere ai cittadini di rispondere all’appello referendario, quando già disertano le urne regolarmente. Bisognerebbe che prima esercitassero il “dovere civico” del voto politico e poi decidessero come comportarsi eventualmente su quello referendario. Il sistema costituzionale della Repubblica democratica è incardinato sulla possibilità “di concorrere”, senza sbarramenti, senza raccolta di firme. Tutti elementi successivi che hanno alterato con il sistema maggioritario i criteri di partecipazione popolare. Oggi i cittadini avvertano il dovere civico in maniera diversa da come lo si intendeva ai tempi del puro proporzionale. Allora si poteva anche presentare alle elezioni “il partito dell’amore” con la pornostar Moana Pozzi. Zero, sei per cento dei voti.
Questo non toglie che le cariche dello Stato debbano parlare su questi temi solo nei limiti costituzionali a cui sono preposti. Non è concepibile un presidente di un’istituzione che, sollevatosi dalla sedia e uscito dal palazzo, dice quello che gli pare. Se il suo pensiero personale, o politico, non corrisponde alla funzione che esercita, tace. Una carica dello Stato non è obbligato ad esprimersi sempre come un capo partito. Un capo partito invece anche quando ricopre funzioni istituzionali, come la presidenza del consiglio, fa bene a far sapere la sua opinione sui principali temi del paese, incluso il referendum. Può dire di votare in un modo, piuttosto che in un altro e persino, è accaduto, invitare la gente ad andare al mare. Quello che invece rappresenta una novità assoluta e priva di precedenti è per un capo partito annunciare che a fronte di un referendum, si recheà al seggio per non ritirare la scheda e tornarsene a casa. L’esercizio del dovere civico di andare a passeggio.
Galleria della presidenza del Consiglio dei ministri






