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Una domanda sulla Palestina

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
4 Giugno 2025
in L'editoriale
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Bisogna riconoscere al quotidiano il Riformista di seguire uno spartito molto diverso della narrazione sulla maggioranza dei media italiani ed europei sul Medio oriente. Claudio Velardi, Fiamma Nirenstein, Stefano Parisi, un amico carissimo come Francesco Sciotto, magari non avranno necessariamente ragione, certo rifiutano di seguire pedissequamente le fonti di al Jazeera e delle Ong della Striscia, che con tutto il rispetto, bisognerebbe per lo meno considerare osservatori parziali. Al Jazeera, in particolare, un network. molto più potente di quanto si creda, è pur sempre espressione del governo del Qatar ed il Qatar è lo Stato arabo che principalmente foraggia Hamas.

Senza nemmeno voler discutere episodi controversi che come tali avrebbero bisogno di conoscenza diretta o per lo meno di una commissione di inchiesta, tanti esperti della situazione, in Italia fioriscono esperti come nel Rinascimento fiorivano le arti, dovrebbero prima di giudicare farsi una domanda. Perché i romani scelsero il nome Palestina per un territorio che gli ottomani chiamarono Grande Siria, o anche solo Siria? Perché i romani conquistando quella che era storicamente la Giudea scelsero di indicare un gruppo etnico fiorito prima di quello ebraico combattendolo con successo, quale quello filisteo. I filistei ancora esistevano in una minoranza nella Regione, sottoposti più agli egiziani che agli ebrei, quindi più facilmente disposti a piegarsi ai romani dal momento che già erano sottomessi. Sotto il governo di Pompeo Roma aveva adottato il nome di Siria Palestinese, per dare l’idea della fine del regno di Giudea e già al tempo di Tiberio si parla comunemente della sola Palestina. La liquidazione definitiva della Giudea andava portata avanti. Il Nazareno è definito dai romani “re dei giudei” proprio per questo. Il vostro re è un morto.

Seicento anni dopo, l’impero ottomano non ci pensa proprio a mantenere il nome Palestina, sceglie solo quello di Siria, o Grande Siria che rimarrà sino alla fine del suo dominio. I vincitori inglesi e francesi prima di spartirsi le spoglie dell’impero turco parlano solo di arabi e popoli arabi. Siriani e filistei, sin dal tempo della dominazione romana, dal punto di vista linguistico sono eguali, parlano entrambi l’aramaico. La differenza etnica è invece rilevante. I filistei hanno un’origine fenicia, i siriani assira babilonese. Damasco nel 635 dopo cristo viene conquistata dagli arabi e diventa capitale del califfato. I turchi non potendo dare un’identità nazionale a quel territorio, ne impongono uno religioso, quello islamico. La Palestina era solo una colonia dell’impero romano destinata a scomparire. Napoleone quando risalirà l’Egitto nel suo folle progetto di prendere l’Austria alle spalle, combatte a Giaffa o a San Giovani d’Acri che le mappe ottomane indicano come Siria.

Arafat cresciuto nelle prigioni egiziane avrebbe potuto benissimo scegliere il nome della Siria, non ci fosse stato il mandato britannico della Palestina. Senza contare che oramai nella seconda metà del secolo scorso, la Siria era ben definita geograficamente. Non era il caso di inquietarla. E pure Assad padre si allarma eccome. Instaura un Fronte di Liberazione popolare della Palestina, comando generale, lo mette nelle mani del suo fido Ahmad Jabril e combatte l’Olp di Arafat, molto più di quanto combatte Israele. Anche Arafat voleva come poi Hamas, distruggere lo Stato ebraico e pure sollevando la causa palestinese non riesce a trovare una grande solidarietà degli stati confinanti. In Libano i suoi rifugiati sono massacrati, in Giordania presi a sciabolate. La Giordania, diceva Bourghiba, è solo il nome di un fiume. Se nasce lo Stato di Palestina, perché mai i giordani dovrebbero stare sotto un re hashmita? Se sono palestinesi gli egiziani di Gaza, a maggior ragione lo saranno gli abitanti di Amman o Aqaba. Quando Arafat accettò la pace con Israele, firmò la sua fine. Definisce la Palestina, o la Grande Siria, o la Siria Palestina, in confini tanto ristretti che i tutti popoli arabi gli si rivoltarono contro. Dal mare al fiume, lo slogan di Hamas, va meglio interpretato. Riguarda il solo Mediterraneo, o anche il Mar Rosso?

Può darsi benissimo che finito il governo Netanyahu, Israele, ritrovi la sua indole pacifica, volta al dialogo con il mondo arabo, si rifiuti di colpire donne, vecchi e bambini, colonizzare la Striscia. Oppure no. La preoccupazione per l’evoluzione dello scenario regionale ha portato Israele a ritenere che i 25 mila chilometri quadrati in cui è costretta siano troppo pochi e a rischio per fronteggiare la Siria Palestinese, o quello che si chiama. In quel caso continuerà a combattere, con o senza Netanyahu e senza troppo preoccuparsi delle manifestazioni di protesta e degli anatemi che vengono dall’Europa. Fosse stato per il sostegno europeo, Israele sarebbe già scomparsa nel 1973.

licenza pixabay

Tags: NirensteinVelardi
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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