Ogni 19 agosto, Ravenna e Forlì si ritrovano attorno al cippo che ricorda il martirio di Tonino Spazzoli, lungo l’argine del Ronco a Coccolia, dove era nato il 2 giugno 1899. Un luogo di memoria, certo, ma soprattutto un presidio di coscienza.
Tonino Spazzoli, di orientamento repubblicano, si unì al movimento “Italia libera”, fondato da Randolfo Pacciardi e Raffaele Rosetti, dopo che il regime fascista mise al bando i partiti politici. In seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, fu tra i promotori del “Fronte nazionale romagnolo”, un’iniziativa simile a un Comitato di Liberazione Nazionale ante litteram, sebbene limitata alla partecipazione dell’ULI (da lui stesso fondata) e del PCI. Questo fronte contribuì in modo decisivo alla nascita dei primi gruppi partigiani, tra cui la Brigata Garibaldi Romagnola guidata da Riccardo Fedel.
Ottantuno anni fa, in quel tragico 19 agosto 1944, il piombo dei nazisti e dei loro complici fascisti pose fine alla vita di Tonino. Ma non alla sua visione, non alla sua testimonianza, non ai valori per cui ha lottato.
Gli occhi di Tonino si chiusero, ma hanno continuato a guardare attraverso quelli di intere generazioni di romagnoli che, come lui, hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte. Che hanno deciso di illuminare la storia con la luce della ragione, della giustizia e della libertà.
Tonino Spazzoli, suo fratello Arturo non furono semplicemente partigiani: furono cittadini consapevoli, repubblicani convinti, eredi del pensiero mazziniano. Come repubblicani e mazziniani erano anche Silvio Corbari e Adriano Casadei, con i quali condivisero la scelta della lotta armata contro il nazifascismo.
Non si trattò solo di un atto di coraggio: fu una precisa scelta politica e morale. La stessa che animò la Resistenza repubblicana in tutta Italia, sotto la guida di figure come Randolfo Pacciardi, allora segretario del Partito Repubblicano Italiano, e organizzata anche attraverso le Compagnie Mazzini, autentico braccio armato del mazzinianesimo democratico.
Proprio nel ravennate, nella gloriosa 28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini”, operava la 14ª Compagnia Mazzini, comandata da Giulio Minguzzi, nome di battaglia “Jules”, figura di spicco della Resistenza repubblicana. Una presenza forte, convinta, determinata a portare il contributo ideale e concreto del pensiero repubblicano nella lotta per la liberazione dell’Italia.
Per questo, il ricordo dei fratelli Spazzoli e dei loro compagni della “Banda Corbari” non è solo un doveroso tributo al passato: è un monito per il presente e una responsabilità per il futuro. In tempi in cui si riaffacciano simboli, linguaggi e revisionismi che pensavamo sepolti, il loro esempio ci chiama alla vigilanza, all’impegno, alla difesa attiva dei valori democratici.
Una Repubblica nata dal Risorgimento e compiuta dalla Resistenza: fondata su libertà, giustizia, uguaglianza. Valori incompatibili con ogni totalitarismo, ogni fanatismo, ogni tentazione autoritaria.
Lo sapevano bene i repubblicani di allora. Dovremmo saperlo anche noi, oggi.
Non possiamo quindi restare in silenzio di fronte a chi, per relativizzare il fascismo, si affretta a rispondere con il solito “anche i comunisti…”. A questo proposito, vale la pena riportare le parole lucidissime dello storico Alessandro Barbero, che pure ebbe i nonni uccisi dai partigiani:
“C’è una differenza immensa tra fascismo e comunismo. E la differenza è questa. Che il fascismo è qualcosa che è nato in Italia, è durato vent’anni, ha contagiato altri Paesi, ha assunto una forma molto più spaventosa nella Germania nazista, e in tutte le sue forme conteneva dichiaratamente l’ideologia della violenza, della sopraffazione, della gerarchia, dell’autoritarismo, del razzismo, ed era esplicitamente questo. E gli orrori che i nazifascisti hanno commesso li hanno commessi realizzando quello che hanno sempre detto di voler fare. Il comunismo, purtroppo, è stata un’esperienza tragicamente fallimentare perché dove i comunisti sono andati al potere hanno quasi ovunque creato regimi fallimentari e, in alcuni casi, spaventose dittature, non c’è il minimo dubbio. Ma il comunismo è stato anche la fede di milioni di persone in tutto il mondo che non sono mai andate al potere, non hanno mai creato dittature, che sono state perseguitate e massacrate per un secolo in tantissimi paesi e che sentivano di lottare per la giustizia, per la democrazia e per la libertà. E allora i comunisti sono anche stati questi, mentre i nazisti e i fascisti sono solo quelli lì, non esistono nazisti e fascisti che non aderiscono a quello che le loro dittature hanno fatto.”
Non sappiamo cosa ne penserà Mario Sechi, che andrà a dirigere RAI Storia al posto di Barbero. Ma una cosa è certa: noi repubblicani e mazziniani continueremo a sostenere Alessandro Barbero e le sue riflessioni. Perché non vogliamo cadere nella trappola della banalizzazione, nella scorciatoia comoda di “anche i comunisti”.
La Repubblica Italiana è nata dalla lotta al totalitarismo, ma soprattutto dalla Resistenza antifascista. Ogni volta che si parla di fascismo e si risponde con “anche mai più comunismo”, si compie un’operazione pericolosa: si relativizza il male assoluto che il fascismo ha rappresentato per il nostro Paese. Così facendo, si finisce per fare il gioco di chi cerca ancora oggi di riabilitare il fascismo, contrabbandandolo come “onore” o “valore”.
Ma noi non dimentichiamo: vent’anni di regime, leggi razziali, una guerra perduta, 450.000 morti.
E ricordiamo anche che i comunisti senza il comunismo oggi non sono nulla: il Muro di Berlino è crollato nel 1989. I fascisti, invece, anche senza il fascismo dichiarato, restano fedeli alla stessa visione autoritaria, nostalgica e antidemocratica.
E questa è la differenza. Almeno per noi repubblicani e mazziniani!
Perché, davanti a chi semina odio, nega la storia o tenta di riscriverla, non possiamo permetterci il silenzio. Ricordare significa scegliere. E noi abbiamo scelto.
Mai più fascismo. Mai più odio. Mai più violenza.
Perché la libertà non si eredita, si conquista, si difende, si pratica: ogni giorno.







