Mentre si avvia a conclusione il 2º trimestre di attività dell’Italia, si può concretamente ipotizzare una dinamica ottimistica per la crescita del paese nell’anno in corso. Alcuni centri di ricerca economica indicano la possibilità, per il 2022, che il paese possa conseguire una crescita del Pil prossima al 3%, rispetto al 2,5% di recente ipotizzato dal Fondo monetario nazionale (Fmi). Infatti 1º trimestre del 2022, caratterizzato da una crescita della produzione industriale e delle esportazioni, ha lasciato in eredità un importante risultato quale la consistente crescita delle entrate tributarie del periodo, rispetto al corrispondente trimestre dell’anno precedente (2021). L’aumento è stato pari a +21 MLD di euro; di cui 15,5 MLD per maggiori entrate fiscali, e 5,5 MLD per maggiori entrate contributive. Le concrete previsioni del 2º trimestre, basate su dati già noti, indicano una conferma del buon andamento complessivo del sistema economico nazionale, con la crescita probabile del Pil, di cui si è detto in precedenza (+3,0%).
Non dobbiamo però ignorare che, rispetto a questo cammino virtuoso, si potrebbero frapporre elementi ostativi e negativi, collegati alla persistente criticità ed insufficienza del sistema politico nazionale (vero tallone d’Achille del nostro paese), che appare sempre più non adeguato alle esigenze ed alle necessità di un sistema paese europeo, democratico, e con strutture produttive di chiaro profilo occidentali; ma con un assetti pubblici del tutto carenti. Queste carenze hanno “consentito” il malaffare ed il latrocinio che hanno macchiato i recenti provvedimenti congiunturali legati ai bonus dell’edilizia, che per altri versi hanno invece sostenuto il consistente incremento del Pil consuntivato nel 2021 (+6,6%). Anche da considerare, e non ignorare, le oggettive problematicità connesse alla guerra aggressiva della Russia nei confronti dell’Ucraina, per gli effetti inflattivi prodotti dalla forte crescita dei costi di produzione, che possono incidere sulle esportazioni extra area euro, nonché sui consumi privati interni e sugli i investimenti.
Ma le difficoltà potrebbero essere ancora più consistenti se, per contrastare la crescita dell’inflazione, la Bce ritenesse di dover emulare i provvedimenti (qualitativamente e quantitativamente) messi in campo dalla Federal Reserve Usa, che sta utilizzando in modo consistente la leva dei tassi di interesse. Provvedimenti resi necessari dall’esigenza di dover “contrastare” la consistente impennata dei consumi interni americani. Non è questo il caso dell’Italia (e dell’Europa) che invece deve subire gli effetti dell’aumento dei costi delle materie prime, e non (purtroppo) l’effetto dell’aumento dei consumi. Il governo italiano e la Commissione UE dovranno sinergicamente operare per contrastare efficacemente l’aumento dei costi delle materie prime; per consentire così alla Bce di ridurre al minimo indispensabile l’intervento di aumento dei tassi di interesse; peraltro già programmato per un +0,25 da attivare nel mese di luglio, ed i cui effetti negativi sullo spread e sul costo del debito pubblico non sono al momento ancora valutabili.
Gli Interventi del governo italiano e della Commissione UE dovrebbero concretizzarsi, con idonee manovre di bilancio, in tempi utili per poter disinnescare, o almeno ridurre, il già prospettato ulteriore aumento dei tasso di interesse, e che la Bce colloca on + 0,50% nel mese di settembre prossimo. Il sistema economico dell’Italia e dei Paesi euro potrebbero soffrire per gli effetti recessivi che un provvedimento di tale entità, e per la sua specificità innesca. Questo dato riporta immediatamente di attualità le negative possibili conseguenze che si possono produrre sullo status economico, finanziario e sociale di un paese ad alto debito pubblico (quale è l’Italia), se coinvolto da effetti recessivi e da continua crescita dello spread.
Foto FMI | CC0







