Il partito repubblicano si è convinto ad un progetto liberal-democratico una volta riconosciuto il fallimento del sistema bipolare nel 2015. Con il 47esimo congresso di Roma il Pri non proponeva una indicazione morale con cui giudicare l’incapacità manifesta delle classi dirigenti italiane che si erano avvicendate al governo, fossero esse di centrodestra o di centrosinistra. Il progetto liberal-democratico, al contrario, intendeva individuare una situazione politica concreta, fosse questa di medio o lungo termine, per la ripresa ed il rilancio del paese.
Da quel momento il partito repubblicano si mostrò complessivamente cauto non solo nei confronti del governo Renzi, ma anche dei governi Conte che avevano messo in discussione la logica contraddittoria di sinistra o destra con la quale si era ingabbiata inutilmente la società italiana per più di vent’anni. Abbiamo lasciato questa prudenza, ci si muoveva su un nuovo terreno, solo davanti alla constatazione del disastro della gestione del secondo governo Conte. Allora il segretario nazionale del partito. Corrado De Rinaldis Saponaro, chiese una svolta politica profonda ed un nuovo equilibrio parlamentare. Saponaro in un articolo per la Stampa individuava la personalità di Mario Draghi come presidente del Consiglio. Questa proposta veniva avanzata in un momento nel quale ancora il complesso delle forze politiche riteneva di non poter prescindere dal ruolo di Conte e del suo governo. Al limite c’era chi riteneva necessario affiancare a Conte personalità di maggiore esperienza, in un ruolo subalterno, senza comprendere che qualunque incarico ad un Colao o ad un Draghi sarebbe stata la fine di Conte. La crisi attuale del movimento cinque stelle trova come pretesto le armi, in verità è semplicemente il primo passo per l’ archiviazione del fenomeno Conte. Sempre che fenomeno sia termine adeguato a definire l’avvocato della provincia di Foggia. Questo perché il governo Conte non è stato solo un ennesimo disastro amministrativo, ma un autentico problema nelle relazioni e nelle scelte internazionali come nelle soluzioni costituzionali offerte alla vita della Repubblica.
Il governo Draghi invece è divenuto un fatto compiuto, tanto quanto appariva irrealizzabile. La sua portata sulla società italiana e su quella europea è appena cominciata, solo ieri Draghi e Macron hanno discusso di mettere un tetto al prezzo dell’energia. È esaurita invece la formula con cui il governo Draghi si è formato, ovvero quella della solidarietà nazionale, che da indispensabile per la sua nascita, è divenuta un freno per la sua proposta. Per avere un governo Draghi anche nella prossima legislatura, cioè se noi vogliamo avere un leader liberale alla guida del paese, dobbiamo elaborare una nuova formula politica che superi quella della solidarietà nazionale. Il progetto liberal democratico è stato tanto fondamentale, quanto inevitabilmente limitato, perché non sono solo i liberali a sostenere Draghi e Draghi al governo non si può rivolgere solo al mondo liberale. Draghi si è dimostrato un formidabile esempio di governo repubblicano in cui si stanno riconoscendo, le aree politiche più diverse.
Nessuno può escludere che in qualche modo approssimativo il bipolarismo cerchi di rialzare la testa continuando a perseguire il suo scontro fra opposti tanto vano quanto devastante per il paese. Il partito repubblicano al suo 50esimo congresso ha espresso un’altra prospettiva, ovvero che vi siano le condizioni di fare del governo Draghi il nuovo discrimine della politica italiana. Ecco la realizzazione del progetto liberale che richiede una fase inclusiva, non esclusiva, indispensabile per costruire una nuova maggioranza.
Poi ciascuno di noi può levarsi in piedi per pretendere che coloro che facciano parte di un simile progetto debbano avere un sangue sufficientemente puro. Per esempio come contestare le obiezioni di Calenda sul ministro Di Maio? È ovvio che nel merito Calenda ha ragione. Ma nella prospettiva? Anche un Di Maio può capire l’importanza di Draghi e in effetti ci sembra che il ministro l’abbia compresa. Se poi Di Maio non dimostra un retaggio liberale per lo meno aderisce ai principi ed ai valori di difesa della repubblica democratica che sono alla base dell’impegno italiano a favore dell’Ucraina. Ricordiamoci che quello che viene negato oggi all’Ucraina è quello che per sei secoli si negò all’Italia. Solo sui valori ed i principi di una repubblica democratica si può realizzare un progetto liberale vincente, altrimenti si gira a vuoto.








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