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Mazzini canta in prima serata sulla Rai Tv

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
14 Febbraio 2024
in L'editoriale
1
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La dirigenza della Rai in dodici anni esatti ci ha mostrato due volte Giuseppe Mazzini interpretato in due sceneggiati televisivi entrambi ambientati nella Repubblica Romana. Nel primo Mazzini è a teatro intento a cantare con tutto il governo romano il verdiano “va pensiero”, mentre la truppa francese entra indisturbata nelle mura capitoline. In parole semplici, il promotore dell’Unità d’Italia, viene dipinto come un allocco. Ieri sera nelle puntate conclusive del “Mameli”, Mazzini canta nuovamente anche se una romanza strappalacrime accompagnato dalla sua chitarrina. Per cui la Rai per lo meno riconosce un Mazzini virtuoso. E vi è di più. La ragione per la quale Mazzini canta per i suoi sodali è dovuta al fatto che egli si presenta con la notizia della salvezza della Repubblica. Incredibilmente nel fumettone televisivo irrompe la politica. Mazzini si illudeva di aver raggiunto un accordo con la Francia? Certo che no, Mazzini ha un canale affidabilissimo e diretto con Luigi Napoleone Bonaparte, vecchio affiliato della Giovine Europa, più anticlericale di lui e che vanta uno zio che il papa lo ha arrestato. Per cui quando Mazzini dice che l’accordo con la Francia è fatto, dice loro il vero. Non viene ingannato Mazzini, viene ingannato Luigi Napoleone. Come lo sappiamo questo? Dal discorso del ministro degli Esteri francese alla Camera dopo la repressione della Repubblica. Il visconte Alexis de Tocqueville, imposto nel governo di Luigi Napoleone dal partito cattolico, spiega ai deputati che bisognava salvare l’Italia dal ritorno della deriva terrorista del giacobino Mazzini. La Camera lo insulta e Luigi Napoleone lo licenzia. Fine della carriera politica del visconte. Poi c’è il destino dell’Oudinot, il trionfatore della Repubblica viene spedito in pensione su due piedi. Suo padre alla stessa età era diventato maresciallo dopo aver combattuto a Rivoli e a Marengo, lui si troverà con la moglie alle cene ufficiali del comando di Stato Maggiore, messo ad un tavolo accanto alla cucina.

La guerra, a proposito di Marengo, Clausewitz la definiva la politica con altri mezzi. E nello sceneggiato vediamo l’azione compiuta da Garibaldi contro i francesi, ambientazione incerta, ci risultava una manovra in campo aperto, comunque sia andata, la storia è autentica. Garibaldi sconfigge le avanguardie ed i primi francesi ad entrare in Roma, saranno prigionieri. Quello che Mameli dice nello sceneggiato, è che Garibaldi e Mazzini hanno litigato. Esatto e Mazzini in verità è furibondo. Destituisce Garibaldi dal comando, per me te ne puoi tornare in sud America e quello disperato gli scriverà, ci sono le minute, che è pronto a combattere come semplice fante per Lui e la Repubblica. Poi ci sono anche le memorie di Garibaldi, dove invece accusa Mazzini di dittatura. L’eroe dei due mondi e dei due volti. È la crisi romana nella sua interezza che magari non vedremo mai in Rai ma con un po’ di buona volontà si può studiare. Mazzini ritiene scriteriata la provocazione alla Francia che complica la sua trattativa con Luigi Napoleone, non voleva che si attaccassero i francesi come si era fatto con i borbonici. Ciononostante Luigi Napoleone non si impunta sulla scaramuccia, è pronto a passarci sopra. Mazzini gli offre una base militare permanente nello Stato romano. Cosa è successo allora? L’orgoglio ferito dell’Oudinot. Il generale avrebbe potuto attenersi alla tregua governativa, quando cede alle pressioni del corpo diplomatico. Fa di testa sua, vuole la rivincita sul mito Garibaldi. Questioni fra soldati.

Bisogna essere comprensivi con la Rai che per lo meno ci ha fatto vedere in tutto il suo splendore lo striscione “Dio e Popolo” esposto sul palazzo di piazza della Cancelleria, su cui in genere ai giorni nostri sventola un gonfalone pontificio. È un pregio che questo striscione venga mostrato in una Roma senza papa, da un governo che non ne ha nessun bisogno. Anche Mazzini parlava con Dio e chiunque in effetti può farlo serenamente. Pesa l’eredità degli intellettuali italiani, Gramsci su tutti. Il Mazzini dei Quaderni è un mistico fumoso, incapace di convocare la piazza d’armi, dove pure sono accorsi i Manara, i Dandolo, i Morosini, dei bersaglieri lombardi, i Masini dei Lanceri della Morte, i disertori austriaci, i legionari italiani, tutti ferocemente coraggiosi, ma non in grado di combattere la Francia, l’Austria, il Piemonte. Aveva senso politico Mazzini, quello che mancava appunto a Garibaldi e magari anche a Gramsci.

Raramente sono stati rappresentati tanti personaggi della Repubblica tutti insieme, vale la pena annotare che su Mameli non ci sono documenti sufficienti per tracciarne un profilo corrispondente. Non si sa nemmeno come sia morto e si discusse persino sull’originalità del Canto degli italiani. Bixio in effetti a tredici anni stava per mare e a 18 per essere divorato dagli squali nelle acque di Sumatra, ma aveva una tale disciplina di carattere da non sopportare nessuna compagnia che non gli fosse subordinata. Da mazziniano che era, è Bixio che ha rapporti con Mazzini consolidati, non Mameli, diverrà cavouriano, generale e poi senatore del regno. L’orecchino lo portava Saint-Just, mai saputo di Bixio. Brunetti è di sicuro come viene ritratto. Mi accusano di aver ucciso Pellegrino Rossi, io, ma quando mai? I commercianti romani, ce ne fosse uno che dicesse le cose come stanno. Infine Mazzini cantava e suonava, non girava in carrozza. Arriva alla porta del Popolo su una pubblica corriera e farà tutta via del Corso a piedi, solo, a capo scoperto. Thomas Mann vedeva in lui Savonarola. A volte la Rai farebbe credere Modugno.

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

Tags: MazziniRai
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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Comments 1

  1. Piergiorgio says:
    2 anni ago

    Ell’srticolo molto interessante

    Rispondi

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