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Mesta fine della stagione riformista

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
5 Maggio 2025
in L'editoriale
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La stagione riformista della democrazia italiana, lo saprebbe dire meglio di tutti Filippo Turati, è stata lenta e travagliata. Nel primo dopoguerra si concluse subito, con il congresso di Livorno e l’avvento del fascismo. Nel secondo, appare difficile da definire. Già il governo Craxi con il decreto di San Valentino venne bollato come l’imborghesimento del partito socialista. Non ebbe migliore sorte il governo Renzi con il Job Acts, ben trent’anni dopo. Ricollegandosi direttamente al labour party britannico, Renzi è finito fuori dal partito che pure aveva guidato. Craxi finì fuori proprio dal paese. La stessa sorte di Turati, morto in esilio.

Migliore successo riformista, i leader di governo della sinistra italiana l’hanno avuto in campo costituzionale. D’Alema riuscì addirittura a modificare l’intero Titolo V. E Conte, se lo si considera nella sua versione di alleato del Pd, c’è anche quella di alleato della Lega, riformò il numero dei parlamentari. L’impatto economico sociale di queste riforme è ampiamente discutibile. Con l’autonomismo dalemiano, le Regioni apersero persino sedi di rappresentanza oltre confine, mentre con la riduzione dei parlamentari, i costi del Parlamento sono riusciti ad aumentare. Se la Cgil avesse promosso un referendum contro l’autonomia del governo D’Alema o contro la riduzione dei parlamentari, avrebbe forse potuto espandere il suo bacino consensuale, pur tenendo conto di una tradizione che certo non è referendaria. La Cgil andò baldanzosa al referendum sulla scala mobile e le prese sonoramente.

Ora il punto di vista della sua segreteria è netto. “Il referendum, ha detto Landini, è uno strumento che permette ai cittadini di cambiare leggi balorde e ingiuste”, e aggiunto che andare a votare “può essere una vera e propria rivolta democratica contro lo stato attuale delle cose”. Solo che non si capisce dove pensi esattamente di trovare i consensi necessari per vincere i tre referendum promossi. Più facile aggiudicarsi uno scontro di piazza. Nel caso migliore, quello dove si mobilita tutto il Pd, sinistra italiana ed i cinque stelle, si tratta del 38 per cento del 48 per cento dell’elettorato. Ammesso anche che il proposito della Cgil avesse il sostegno di queste forze politiche per intero, come si pensa di superare il quorum in un paese dove da anni vota meno del 50 per cento della popolazione, persino alle comunali?

La Cgil avrebbe potuto sfruttare queste giornate di festività importanti, il 25 aprile e soprattutto il primo maggio. Per il 25 aprile, l’ottantesimo anniversario della liberazione, Landini aveva l’occasione di una polemica con il governo sui 5 giorni di lutto per il pontefice. Bastava ricordare i giorni di lutto sulle morti del lavoro che una Repubblica democratica, non può permettersi. “Non possiamo più accettare che si muoia lavorando come 50 anni fa , è tempo di un nuovo modello di impresa che metta al centro la persona, non i dividendi”. Parole bellissime del segretario Cgil che purtroppo andavano pronunciate la settimana scorsa, non ieri. Così il primo maggio, invece di lasciare scatenare l’odio antisemita dal concertone romano, il capo del sindacato poteva presentarsi con la parola d’ordine referendaria. Cinquecento mila persone a San Giovanni, giusto Luciano Lama poteva portarle. Ci si è accorti solo delle bandiere palestinesi. Che spreco.

IIl povero Landini si è così ridotto a denunciare che la gente nemmeno sa che si votano i referendum. Dispiace doverlo notare, ma non è certo il governo, Palazzo Chigi se la ride, a dover promuovere l’appuntamento referendario. Né si può chiedere uno sforzo ai partiti di Renzi e Calenda che il job acts lo hanno fatto e ne sono giustamente orgogliosi . Era il sindacato con i suoi referenti a doversi barcamenare. Invece Landini si è scoperto papista. Bravo. I cristiani porgono l’altra guancia. Si prepari. Poi ha ragione nel dire, come ha detto, che l’astensionismo è una minaccia alla democrazia. Solo che ritenere chi invita a non votare, a restare a casa, o andare al mare, un cittadino che viola i principi della Costituzione, vuole dire ignorare i valori liberali delle scelte individuali. Non è che Landini decide la materia referendaria ed il cittadino si adegua. Magari se ne frega. Non capire questa di centralità dell”individuo, nel suo diritto pienamente costituzionale, relega la Cgil ad un ruolo di retroguardia. Persino il salto tentato nel passato, già fallito del resto, in confronto a una misera visione della democrazia, è ancora poca cosa. Giusto la mesta fine della breve stagione riformista.

licenza pixabay

Tags: CraxiLandini
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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