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Non togliere nemmeno una mina dal Mar Nero

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
28 Maggio 2022
in L'editoriale
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Cento anni fa esatti l’Unione sovietica piegò l’indipendenza ucraina, semplicemente affamandola. Tutti i contadini che rifiutavano la collettivizzazione, quindi la maggioranza, venivano privati di ogni risorsa e ritenuti kulaki. Allora non c’erano i tatuaggi, le brigate staliniane entravano nelle case e se non eri ancora morto di fame eri un kulako che rubava al popolo e allo stato socialista. Nel caso migliore venivi fucilato, in genere ti spogliavano con la tua famiglia, ti bruciavano la casa e ti lasciavano nudo per strada a dieci gradi sotto zero. Questa era la vita in Ucraina ai tempi della grande Unione sovietica. Tutte le risorse di grano requisite ai kulaki venivano distribuite negli altri Stati, o preferibilmente vendute all’estero. In dieci anni con presumibilmente una decina di milioni tra morti e deportati, la collettivizzazione anche in Ucraina venne accettata, non senza essere passati per una fase di cannibalismo. Non sappiamo se gli occidentali che non capiscono perché l’Ucraina voglia resistere ai russi conoscano questa storia nei dettagli, ma è sicuro che i russi la conoscono e che sanno che le bombe non sono l’arma più efficace da usare contro gli ucraini. L’arma migliore e più sicura è la fame.

Dal primo momento i russi si devono essere preoccupati di togliere agli ucraini le risorse alimentari necessarie. Il Cremlino deve avere elaborato un piano come aveva fatto Stalin che si scoperse settant’anni dopo. Anche all’epoca c’era una stampa occidentale ospite del regime che pasteggiava a vodka e caviale convinta che nel paese del socialismo le cose andassero benissimo. Quando vedeva gente moribonda ai bordi delle strade credeva si trattasse dei nemici di classe. Aver confinato l’offensiva russa nel solo Donbass, che tra l’altro ancora non ha ceduto e non cederà, ha evitato il ripetersi di questo scenario. Ovviamente non bisogna togliere una sola mina dal mar Nero, fino a quando l’ultimo soldato russo non avrà lasciato l’Ucraina. Se il problema è il grano per i paesi poveri si usino i c 130, i camion, i cammelli, quello che preferite per trasportarlo, non le navi. Se i russi prendessero Odessa che non possono prendere fino a che è protetta dalle mine allora potrebbero riorganizzare l’ attacco al resto della Regione. Se i russi conquistano il mar nero, finalmente si potrebbero riaffacciare sul Mediterraneo. Sono già in Libia ed in Siria i russi. Volevano arrivare in Turchia nel 1860 ed in Grecia ancora con Stalin. Sono arrivati a passeggiare in Italia due anni fa. Anche se difetta loro la logistica non importa. La volontà di potenza basta e avanza soprattuto se nessuno si oppone loro. Adesso in Donbass non sono i carri Terminator a fare la differenza, la Russia non ne dispone che di una decina. Hanno schierato invece a bizzeffe i vecchi t60 impiegati nella Seconda guerra mondiale. Se la Nato inviasse una squadra di suoi carri armati, l’armata russa sarebbe sconfitta nel giro di mezz’ora. Se la Nato usasse l’aviazione, 15 minuti. Per quanto tempo dobbiamo assistere ancora a questo scempio invece lo ignoriamo.

Abbiamo come l’impressione che non si voglia dare il colpo di grazia alla Russia, che si ritenga che essa possa ravvedersi da un momento all’altro, o che semplicemente si possa raggiungere un qualche compromesso sulla pelle degli ucraini, cosa che appunto già avvenne cento anni fa. Fosse così si compie un errore di prospettiva. Qualunque concessione la Russia la interpreterà come un cedimento. Già sono tornati a minacciare l’arma nucleare che pure gli esploderà in faccia. C’è una ragione profonda per cui l’occidente non vuole la guerra atomica ed ha una ragione morale nel non essere costretto ad usarla. Settanta milioni di russi sarebbero uccisi in pochi secondi.

Tags: carestiaUcraina
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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