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In nome della nota

di Mauro Cascio
1 Maggio 2024
in Cultura
1
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Prima dell’Illuminismo, il “diritto d’autore” lo si considerava un “privilegio”, vale a dire una concessione del Sovrano e non il riconoscimento di una titolarità sulle proprie attività.  Solo nel Quattrocento, grazie all’invenzione della stampa, si va progressivamente verso una “un vero cambiamento nella direzione dell’esercizio di diritti sulla propria opera d’ingegno”. Nel 1557 nel Regno Unito, per controllare la stampa abusiva e censurare le opere sgradite alla Monarchia, Maria I Tudor “istituisce il King’s Printer, con cui è attribuito ad un solo stampatore, la Londor Station Company (Compagnia dei Librai) il monopolio (o ‘privilegio’) editoriale”. Al dibattito legislativo che seguirà per tutto il secolo successivo parteciperà tra gli altri anche John Locke che in questo contesto elabora la sua teoria del lavoro e della proprietà privata nella sua opera più famosa, il Secondo trattato sul governo (1689) in cui si sostiene che ad ogni individuo va riconosciuto un diritto di proprietà derivante dai frutti del proprio lavoro. Anche la censura era considerata come un ostacolo, “non solo alla libertà di parola ma anche alla libertà di impresa e di commercio”. «Le riflessioni lockiane in materia di diritti sulle opere d’ingegno trovano terreno fertile anche in Francia: grazie al contributo di idee dei philosophes (Diderot, Voltaire, d’Alambert, Rousseau), il modello giuridico dominicale diventa preminente per il riconoscimento dei diritti in capo all’autore, superando in tal modo la questione dell’imprescrittibilità di tali diritti, di cui è affermata la natura perpetua: la tendenza è l’accostamento tra la proprietà letteraria e quella sui beni materiali».

Immanuel Kant nel 1785 scrive Dell’illegittimità della ristampa dei libri. «Prendendo spunto dal diritto romano, nello specifico la separazione operata da Gaio nelle Institutiones (168 d.C.) tra ‘cose corporali’ e ‘cose senza corpo’ – opera una distinzione tra opus mechanicum ovvero l’oggetto materiale (nello specifico il libro cartaceo, oggetto di diritti reali) e opus mysticum, inteso come il ‘discorso’ tra l’autore e il pubblico, fra i quali l’editore svolge la funzione di mediazione – fornisce il medium mediante il quale il ‘discorso’ arriva al pubblico».

In Italia la storia del diritto d’autore si intreccia con l’opera di uno dei poeti più influenti e più celebri del Rinascimento, Ludovico Ariosto (1474-1522). Fu lui il primo scrittore nella penisola a sfruttare i vantaggi del sistema editoriale per svincolarsi dal ’sistema del patronato’ per ricavare un reddito e governare ogni aspetto della produzione e della distribuzione a partire dalla sua opera più famosa, l’Orlando furioso. Ottimo manager di se stesso, riesce a far sponda con la Repubblica di Venezia, e poi con Roma, con il Santo Padre, Leone X. Nel caos interpretativo (che arriva nel cuore dell’Ottocento) della normativa nascono controversie giudiziarie piuttosto singolari. Come quella di Alessandro Manzoni contro Le Monnier, reo di aver pubblicato I promessi sposi senza autorizzazione da parte dell’autore (controversia risolta dopo quasi 18 anni con un accordo economico di 34mila scudi).

In nome della rosa. Beni culturali e diritti d’autore. Genealogia e norma di Antonio Maria Ligresti (Morlacchi, nella prestigiosa collana Biblioteca di Cultura) propone in maniera elegante ed esaustiva un quadro descrittivo “dell’evoluzione storico-normativa in materia di tutela sia dei beni culturali che della proprietà intellettuale, nel solco del profilo costituzionale di riferimento, ossia gli articoli 9 e 21, posti dal legislatore costituente, rispettivamente, a garanzia del patrimonio culturale e della libera manifestazione di pensiero nelle sue varie forme di espressione”. Spiega Ligresti: «L’obiettivo è quello di fornire un utile strumento di carattere divulgativo tanto agli addetti ai lavori quanto a coloro ch si accostano a tale materia per semplice diletto, al fine di conferire la giusta dignità ad una categoria di beni culturali, la species di cui i beni musicali rappresentano un genus, secondo la normativa di riferimento – spesso trascurati ma inclusi a pieno titolo nella rete del patrimonio culturale territoriale: i beni musicali – da intendere come oggetti e testimonianze della tradizione musicale in una determinata cultura, quindi partiture, spartiti, manoscritti e stampe musicali, dischi, nastri magnetici, ma anche strumenti musicali, bozzetti scenici, documentazione iconografico-musicale e di interesse etnomusicologico, archivi musicali e sonori, a cui va riconosciuto un valore intrinseco fondato (in termini di identità culturale) al pari dei beni storico-artistici – segmento dell’armatura culturale di un territorio, in quanto beni comuni tipizzanti (si prenda, ad esempio, la città di Pesaro ed il suo rapporto con il genio di Gioacchino Rossini!)». E sempre come fenomeni identitaria come ignorare i casi di Antonio Stradivari, universalmente riconosciuto come il miglior liutaio della storia e di Claudio Monteverdi, autore dell’Orfeo, la prima opera lirica, nel 1607?

Il profilo storico-giuridico di Ligresti ci accompagna anche nell’Italia del dopoguerra, ricostruendo l’oggettivarsi delle istituzioni dal dopoguerra. È il governo Aldo Moro a volere il Ministero per i beni culturali e ambientali. «Fra le novità più rilevanti non va dimenticato che alla nuova struttura sono trasferite le funzioni in precedenza divise tra diversi Ministeri – ovvero Antichità e Belle Arti, Accademie e Biblioteche dal Ministero della Pubblica Istruzione, discoteca di Stato ed editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri – oltre le attribuzioni in materia di archivi di Stato». L’incarico sarò affidato al repubblicano Giovanni Spadolini, uomo di lettere e di cultura, accademico e giornalista, direttore tra l’altro de La Voce Repubblicana prima dell’approdo al Corriere della Sera. La sua opera giuridico-legislativa è di assoluto rilievo, nota l’autore, anche nella caratterizzazione della struttura in relazione alle funzioni da assegnare alle amministrazioni regionali ordinarie istituite qualche anno prima.

Foto Bonaventura Bettera, Natura morta con strumenti musicali | CC0

Mauro Cascio

Mauro Cascio si è laureato in Filosofia a La Sapienza di Roma. Ha organizzato numerosi eventi culturali in Italia e all'estero, dalla Biblioteca del Senato al Pembroke College dell'Università di Oxford, attività grazie a cui ha vinto il Premio Nazionale di Filosofia nel 2013. È curatore di numerosi saggi, nonché prolifico autore. Al suo terzultimo libro, «Davanti alla fine del mondo» si è ispirato il cantautore Roberto Kunstler per il suo omonimo lavoro. Ora è in libreria con «Un pozzo di abati e di principi» e con «Il fulmine della soggettività. Attraversamenti hegeliani dall'infinita periferia». È coordinatore di direzione de La Voce Repubblicana

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Comments 1

  1. Dott. Massimo Capri says:
    2 anni ago

    four legs good, two legs bad! (George Orwell; Animal Farm, pag.45; 2021 Libraria Editrice).

    Rispondi

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