Gli amici del Pri della provincia di Napoli hanno ricordato questa settimana la Repubblica napoletana istituita il 23 gennaio del 1799, dopo quella nata a Roma nell’anno precedente, 1798. Si tratta di una discendenza interamente riposta nelle armi francesi e nella Rivoluzione che avevano dato vita nel 1796 alla Repubblica Cisalpina.
A Roma, come a Napoli la Repubblica ebbe vita breve, soprattutto quella napoletana che non era nemmeno prevista dalla strategia bonapartista in Italia. Fu il regno di Borbone animato da odio verso la Francia, la sorella di Maria Antonietta era la moglie del Re Lazzarone, a voler schierare il suo ridicolo esercito a Brescia. Napoleone si sbarazzò di quelle truppe tanto rapidamente da ritrovarsi la strada spianata fino a Roma dove inviò uno dei suoi generali più brillanti, Jean Etien Championnet.
Championnet merita di essere ricordato come tutti i giovani generali dell’Armata d’Italia che avevano uno stato di servizio superiore allo stesso Bonaparte e anche maggior talento militare. Tanti erano che presto Napoleone i suoi generali li voleva solo fortunati, perché, tutti gli morivano troppo presto. Championet già l’anno successivo e a trentotto anni poteva essere considerato un vecchio. Desaix sarebbe morto già a 32. Il trentaseienne generale Championnet scese con le sue divisioni nel Mezzogiorno con la velocità di un fulmine, sbaragliò un’altra volta i borbonici a Roma e proseguì ancora. Si trovò in difficoltà invece davanti alla rivolta dei cosiddetti lazzaroni. Fu in questa occasione che i giacobini napoletani gli diedero una mano sufficiente a piegare gli insorti. Championnet li ricompensò con l’istituzione della Repubblica. Disgraziatamente al Direttorio di Parigi, Napoli interessava solo per il bottino di guerra. La Repubblica termidoriana era oramai marcia in tutti i suoi organismi civili, non c’era speranza alcuna.
Il problema politico assunse così un grande rilievo per l’improvvisata Repubblica napoletana che non venne riconosciuta dalla Francia. Il primo scontro fra l’Armata d’Italia e il Direttorio avvenne su Napoli con Chanpionnet che voleva invece tutelare il governo appena insediato. Bonaparte fu costretto a sostituire il suo generale con MacDonald trasferito dall’Armata del Reno appositamente e le élites borghesi napoletane furono spacciate. Non erano in grado di costituire un loro esercito e si trovavano prive del necessario radicamento nella popolazione. Con MacDonald ligio agli ordini di Parigi, la Repubblica venne rovesciata dal movimento sanfedista del cardinale Ruffo. Per non parlare della flotta inglese. La Pimentel in quei pochi giorni aveva fondato il Monitore Napoletano e stampato persino un Catechismo repubblicano. Il livello di alfabetizzazione era talmente limitato che migliaia di copie andranno al macero. Sarà Joachim Murat a costituire la scuola pubblica a Napoli e a renderla obbligatoria al momento del suo incoronamento, nove anni dopo, rovesciati i Borboni una seconda volta.
Stendhal annota nella sua Vita di Napoleone, che in verità Bonaparte aveva smesso di essere repubblicano già durante la campagna d’Italia, tanto che tutto il movimento giacobino, a cominciare da quello in Piemonte, rimase in fretta deluso dalle sue scelte politiche. Bonaparte in effetti era un prodotto purissimo del giacobinismo, legato ai fratelli Robespierre dall’assedio di Tolone, aveva vissuto il degrado e la fine della Rivoluzione mestamente, conoscendo il carcere oltre che la disoccupazione, tanto che a breve avrebbe rovesciato il regime che giudicava di usurpatori, quelli, non lui. Anche i direttori parigini erano di provenienza giacobina, Paul Barras che viveva nel lusso più sfrenato, persino iscritto al club dei cordiglieri. Rispetto al comitato di salute pubblica del Terrore, dove avevano seduto Saint Just e Carnot, apparivano delle cariatidi. Se Bonaparte non si fidava più delle capacità dei reduci della Rivoluzione, figurarsi cosa poteva pensare dei giacobini italiani che avevano aspettato i francesi per combattere il feudalesimo. A costo di errori clamorosi, avrebbe preferito sempre avvalersi dei suoi generali o dei suoi famigli per governare, nell’illusione che comunque questi almeno gli obbedissero. Napoleone in Italia era convinto che il giacobinismo fosse finito nel 1794 e il meglio che restava di quell’epopea gloriosa, lo aveva conservato nella sua armata. Per giudicare Bonaparte gli italiani non possono usare gli occhi di Stendhal che era in verità un innamorato deluso, ma quelli di Ugo Foscolo, che era furioso. Foscolo mille volte vorrebbe assassinarlo Napoleone e appena dopo il trattato di Campoformio, che pure dipese dall’impossibilità per un esercito decimato come il suo, non ci si rende conto della sproporzione delle forze in campo, di resistere ad una seconda ondata austriaca come si sarebbe visto nel 1798. Foscolo. al dunque, doveva averlo pur compreso, dal momento che ancora al tempo di Waterloo si ritrovava arruolato nella intendenza napoleonica, così come lo era stato nelle sue truppe, agli inizi della prima campagna d’Italia. L’unica speranza per la libertà nazionale era riposta in quel tiranno.
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