C’è una scena all’inizio del film Amarcord che, a mio avviso, sintetizza l’anarchica irriverenza romagnola. L’Avvocato, bicicletta a mano, percorre la strada principale del Borgo descrivendone gli abitanti, quando in sottofondo s’ode pronunciare, a bassa voce, “avvocatto” e a seguire una sonora e breve pernacchia. Con questa scena Fellini introduce, della Romagna, la solida tradizione di contrasti e passionalità politica, che poi svilupperà nel prosieguo della pellicola.
Terra sanguigna, sapori forti, tinte cariche, schietta ruvidità, mediazioni scarse e un singolare senso appunto dell’irriverenza. Temi raccolti e raccontati da chi di questa terra ha scritto e in questa terra ha ambientato romanzi. Se dovessi stilare un ipotetico elenco di titoli e scrittori – e per non far permali aggiungo “di scrittori passati a miglior vita” – intrisi di romagnolità che non dovrebbero mancare in una piccola, nostrana biblioteca casalinga, aprirei con tre nomi d’una sensibilità inimmaginabile.
È necessaria però una digressione. Sto parlando di autentici scrittori, persone che avevano nel sangue e nell’orecchio quei doni di natura che sono l’equilibrio mirabile delle parole e la capacità di trascriverne la loro affascinante musicalità. Oggi, purtroppo, si pensa che basti frequentare un corso di scrittura, esordire con un modesto libello per i tipi di una casa editrice a pagamento e vai, ci si reputa scrittori. La piaga dell’EAP – editoria a pagamento – contribuisce ad affollare di testi
spesso mediocri (se non illeggibili) il già gremito panorama editoriale italiano dove, è bene sottolinearlo, ormai sono più le persone che scrivono rispetto a quelle che leggono. L’editore a pagamento illude l’aspirante letterato d’aver scritto se non il romanzo del secolo, almeno quello del decennio. Lo vezzeggia, lo asseconda nelle sue comunque umane e legittime desiderate senza offrirgli indispensabili servizi di editing che farebbero giustizia di ingenuità, errori costruttivi, sintassi impossibili, eufonie, ripetizioni e cacofonie, e soprattutto sarebbero necessaria scuola per maturare, affilare lo strumento espressivo e acquisire una propria voce autoriale; per questa categoria di editori l’importante è contribuire direttamente alle spese di stampa – solitamente qualche migliaio di eurini – o acquistare un congruo numero di copie da regalare agli amici. Ma torniamo a nostri tre scrittori di Romagna.
Uno. Francesco Serantini – to’, anche lui avvocato – l’ho evitato per anni, vittima della lettura scolastica de Il fucile di Papa della Genga. Un errore classico degli insegnanti, animati dal desiderio di avvicinare i ragazzi al libro, è quello di proporre testi che rappresentano la conclusione di un percorso e non l’inizio, e così sortiscono l’effetto opposto. Ricordo ancora l’incaponimento della mia professoressa su quel testo che sentivo estraneo e noioso. Ripreso in mano in tempi recenti è stata fascinazione, culminata in amore dopo la lettura de L’osteria del Gatto Parlante. Qui Serantini scrive e narra di persone e storie d’una Romagna tradizionale, vissuta nelle minute cose di tutti i giorni. Lo fa con penna rispettosa e grande affezione verso i suoi personaggi e sono pagine memorabili, senza tempo e, quando
alla fine l’urto del fronte si avvicina all’osteria, ci si accorge con sorpresa di trovarsi negli anni ’40. E non dirò nulla del bellissimo, struggente finale giocato sulle reciproche sensibilità esistenziali, se non che l’asciuttezza formale e l’intensità emotiva definiscono il capolavoro. Ricordo che proprio a Francesco Serantini il Tribunato di Romagna, sin dal 1990, ha dedicato l’omonimo premio letterario riservato a opere di tradizione romagnola.
Due. Raffaello Baldini: La fondazione. Un libriccino secco, un monologo in cui si affronta, sorridendo, il bilancio di una vita e il significato è ampio, universale. Il testo è in italiano e dialetto santarcangiolese e permette di apprezzarne le infinite sfaccettature, e si parla dei temi eterni dell’umanità, quelli su cui gli antichi greci si sono spaccati la testa. Baldini li sviscera tutti con delicatezza estrema, ironia distaccata, meraviglia, consapevolezza inarrivabile. Lo leggo, ne rileggo pagine, ne sottolineo brani, ne respiro quell’aria rassicurante e domestica. Quando, alcuni anni fa, è venuto a mancare mio padre, mi è toccato mettere mano alle sue cose. Aveva, come molti anziani, questa mania del conservare tutto – tratto principale del personaggio narrante de La fondazione – e in questo tutto ho rinvenuto la storia della sua vita. Mi è parso di rileggere, forse rivivere, le pagine di Baldini, e avvicinarmi attraverso queste all’esistenza (per molti versi complessa) di mio babbo. E, tardi sui tempi della vita, capirne i motivi del suo inatteso e imprevedibile svolgimento.
Tre. Don Francesco Fuschini, il prete-scrittore figlio d’un fiocinino: e per questa origine gli fu detto che “mai il figlio d’un fiocinino sarebbe diventato scrittore”. Perfortuna non è andata così. Una prosa corrotta, scempiata dall’italianizzazione dei termini dialettali e per questo forte, bella, scorrevole, profumata, che sa di sangiovese e legno di perecocchi. L’intimità, a volte dolente: con chi si ritiene avversario politico, con il fedele pointer Pirro, con il suo Signore, con la terra, con gli umili, con la morte. Le pagine di Fuschini sono permeate di tenerezze che restano a lungo appiccicate addosso anche dopo la loro chiusura. Come i peli di Pirro.
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