Il regime di Bashar El Assad deve la sua sopravvivenza principalmente all’amministrazione Obama che davanti al disastro delle primavere arabe si convinse, che non era il caso di destabilizzare anche la Siria. La commissione di indagine sull’impiego delle armi chimiche contro la popolazione civile siriana, presieduta dall’allora vice presidente Biden, stabilì che queste non solo non erano state usate, ma che il governo siriano aveva collaborato a pieno per dimostrarlo. L’esatto contrario di quanto avvenne con Saddam Hussein, il fratello coltello di Assad padre. Da quel momento l’America si applicò sui sauditi per convincerli che non era il caso di rovesciare il governo di Damasco. Mentre Israele non aveva, come non ha, alcun interesse in tutto questo, anzi. Ad Israele va bene una Siria stabile e consapevole della sua inferiorità militare, per cui gli Assad al potere possono restarci altri cento anni.
La situazione siriana rimase altamente incerta, perché il sostegno al governo è garantito solo dalle milizie di Hezbollah. I russi non girano per la Siria, stanno chiusi nella loro base di Tartus e se serve mettono a disposizione i loro aerei che per bombardare obiettivi privi di protezione vanno benissimo. Se poi la Turchia, od altri, decidessero di riarmare i ribelli, ovvero la maggioranza della popolazione sunnita della regione, sono dolori. Solo l’influenza statunitense aveva congelato la crisi in Siria, se questa si riapre è possibile credere che l’America abbia deciso di disinteressarsene. Oppure, che al Pentagono, dopo l’arrivo del generale Kellog alla Nato per conto della nuova presidenza, si siano fatti due conti. Se non possiamo togliere la Crimea ai russi perché questo allungherebbe la guerra in Ucraina, possiamo toglierli la base sul mediterraneo in Siria, rendendogli completamente inutile la Crimea. Tartus è infatti strategica per le navi russe che non debbono tornare nel mar Nero ad equipaggiarsi.
Mai la Siria cadesse o rischiasse di cadere, ecco che i tanti sforzi compiuti da Putin in Ucraina non servirebbero ad un bel niente. Non solo vede Odessa con il binocolo, ma potrebbe essere persino cacciato da Tartus. Per cui bisognerebbe mettere nel conto che l’offensiva dei ribelli in Siria sia solo volta a mettere pressione su Putin per indurlo ad una trattativa più ampia del solo Kursk. In verità, al momento non si dispone di nessun elemento per dire che è l’America ad aver fomentato la ripresa dell’insurrezione armata, come già sostengono invece gli iraniani. Potrebbe essere benissimo la Turchia ed in piena indipendenza ad essersi mossa. Sono due i lati dell’Europa che vengono minacciati da un successo russo in Ucraina, gli stati baltici con Polonia. Svezia e Finlandia a nord e la Turchia a sud. La Turchia non ha reagito come gli altri paesi europei, ma questo è nell’indole di uno Stato completamente diverso che ha combattuto contro i russi dal seicento fino al novecento ininterrottamente e con una ferocia che nessun altro in Europa si sogna. Per questo Erdogan si è presentato nei panni felpati del mediatore, al modo arabo di avvicinarti per meglio colpire alla gola.
Cosa stia succedendo, ci vorrà ancora del tempo per stabilirlo. Di sicuro quello che l’aggressione del sette ottobre dell’anno scorso aveva regalato a Putin, uno spostamento di attenzione sul medio oriente, l’attacco a Aleppo lo toglie. Cadesse Assad, la Russia perde la sua base sul mediterraneo voluta da Breznev in persona e mantenuta da allora, i bei tempi andati, in cui ancora si sognava di metterei in ginocchio la democrazia occidentale.
licenza pixabey







