Il Wall Street Journal è un’autorevolissimo ed influente quotidiano statunitense di cui bisogna sempre ricordare l’impostazione conservatrice. Un sondaggio come quello appena pubblicato sul gradimento di Biden e di Trump non è avveniristico, ma postumo. Oggi gli americani preferirebbero Trump a Biden con ben 4 punti di vantaggio, domani, chissà. Anche perché indipendentemente dalla volontà dei due protagonisti non è affatto detto che il prossimo confronto presidenziale riproduca quello precedente. Intanto occorrono ancora due anni, che in politica possono essere lunghissimi, tali per i quali il partito democratico potrebbe convincere Biden a ritirarsi, magari non per Kamala Harris, mentre Trump ha tuttora dei problemi con la giustizia da sbrigare. La costituzione statunitense non impedisce ad un candidato di fare campagna elettorale del carcere, in effetti è persino avvenuto, ma non necessariamente questo favorirebbe un suo successo. Poi Trump a parte le vicende giudiziarie rischia il 14esimo emendamento e se finora il Senato si è mostrato benigno, non si sa mai. Nel caso venisse accusato di attentato allo Stato americano, questo gli precluderebbe la carriera politica. Bisogna pur considerare che Trump è stato principalmente e molto a lungo un fenomeno sociale e di costume di successo, tale da non riuscire ad integrarsi perfettamente nello stile compassato del Gop. Per certi versi un problema che ebbe anche Ronald Regan e pure Regan non ebbe successo prima della presidenza. Qui è nato un equivoco tutto europeo sulla presunta crisi della democrazia statunitense, che è invece, come sempre, in discreta salute. Sono le istituzioni americane semmai a patire un logoramento profondo, quello di cui Trump si è nutrito e continua a nutrirsi finora.
Prima di lui, Nixon era convinto e persino convinto di poterlo dimostrare, di essere stato imbrogliato da Kennedy e pure si precipitò a congratularsi con il suo rivale dopo il voto. All’epoca la credibilità istituzionale del sistema era posta davanti a tutto, tanto che Nixon sarebbe crollato sul Watergate non su una campagna elettorale, questioni che a Trump non passano nemmeno per la testa, Se le istituzioni americane lo perseguono, sono quelle ad avere torto. Il suo è uno spirito insurrezionale, non necessariamente antidemocratico, al contrario. Se Trump avesse voluto essere antidemocratico in qualità di presidente in carica con i pieni poteri fino al giuramento del suo successore, non aizzava la folla, muoveva i marines contro il Congresso. Qualcosa del genere è comune anche in Italia quando un ex presidente del Consiglio, sconfitto nelle urne scende in piazza e proclama che quella sarebbe la maggioranza a dispetto di quella parlamentare, il Trump de “noantri”, un prodotto, questo si, della più grave crisi democratica dell’occidente per cui un intero sistema politico viene spazzato via da un’azione giudiziaria.
La ragione per la quale Trump è passato completamente immune all’attacco al Congresso e non sembra preoccuparsene, è perché egli è davvero convinto che le istituzioni repubblicane minaccino la democrazia e soltanto la sua persona possa salvarla. Una follia se vogliamo sostenuta da almeno settanta milioni di elettori statunitensi. Tanto che la posizione di Trump è molto più debole per quello che riguarda lo scandalo sessuale. In caso di condanna avrebbe mentito agli americani e se menti agli americani una volta, puoi mentirgli sempre. Prima di spendersi in sondaggi c’è tanta strada da fare e bisogna pur ricordarsi di cosa dicevano i sondaggi a dieci giorni dal voto su Illary contro Trump.
Ammettiamo comunque che davvero Trump il gennaio del 2025 torni alla Casa Bianca. Se la situazione internazionale fosse ancora identica a quella di oggi, il conflitto in Ucraina, la crisi mediorientale, è impossibile che l’approccio della seconda presidenza Trump possa ripercorrere quella precedente. All’epoca l’interesse di Russia e Israele convergeva e se Trump ha legami con Putin, ne ha molti di più con Gerusalemme. C’è almeno un aspetto della politica di Trump originale che bisogna riconoscergli, il suo sostegno allo Stato ebraico senza nessuna esitazione. Obama era convinto e lo è ancora, che Israele occupi qualcosa che non gli appartenga, ed Obama é lo stesso presidente che davanti all’occupazione russa della Crimea ha pensato di cavarsela con qualche sanzione amministrativa. Con la Russia alleata dei nemici di Israele, Trump si darebbe la svegliata che è mancata ad Obama.






