Che il governo voglia continuare a colpire il reddito di cittadinanza trova la sua ragione in un presupposto costituzionale. Una Repubblica “fondata sul lavoro” può decidere di aiutare i disoccupati con bonus di ogni genere, così come avrebbe il dovere di elargire un sussidio di disoccupazione a chi il lavoro l’ha perso e non sappiamo quanti davvero sono i cosiddetti esodati in Italia, come è ovvio anche a coloro che dicevano nell’attuale maggioranza che “nessuno sarà lasciato indietro”. Una Repubblica fondata sul lavoro, non può invece elargire “un reddito di cittadinanza”, perché questo significherebbe che ogni cittadino ha diritto ad un reddito indipendentemente dal lavoro.
La domanda che si sarebbe dovuta fare a coloro che idearono il reddito legandolo ad una ipotetica e mai verificatasi offerta di lavoro, era quali fossero le loro esatte intenzioni a proposito. Perché se si festeggiava con l’approvazione del reddito la fine della povertà, come pure si è fatto, era evidente l’idea che ogni italiano avrebbe dovuto uscire dalla povertà attraverso il reddito e che la Repubblica “fondata sul lavoro”, era divenuta una Repubblica fondata sul reddito.
Con tutte le modifiche costituzionali, legali, illegali e surrettizie vissute dal 1994 ad oggi, vederne una riferita all’articolo primo della Costituzione, per quanto fosse eclatante, non sarebbe certo stata la più grave. Cosa ci sarebbe di male nell’avere una Repubblica fondata sul reddito, invece che sul lavoro? Assolutamente nulla, un concetto vale l’altro: è la Repubblica che conta. Il problema è solo relativo a chi è destinato a produrre il reddito, perché come si produce reddito con il lavoro si comprende facilmente, come si produce reddito senza lavorare, molto meno. E se la cittadinanza fosse sufficiente a disporre di un reddito indeterminatamente, perché questo ha fatto in verità la legge approvata dal governo Lega Cinque stelle, perché mai uno dovrebbe andare a lavorare? In quanto cittadino ha diritto ad un reddito, lavorino gli immigrati della cooperativa della famiglia Sohumarho. Tanto questo è tanto chiaro che il fondatore del movimento 5 stelle spiegò dall’alto delle sue conoscenze socio economiche, che del lavoro non c’era più nessun bisogno, che una società evoluta è “libera” dal lavoro.
Ci sarebbe solo da chiedersi se l’Italia sia poi una società così evoluta e con lei il resto d’Europa preoccupata com’è di saper assorbire la sua forza lavoro, esattamente come è ancora preoccupata di riuscirvi la società americana. Ovvero, temiamo che le non sufficientemente evolute società occidentali, cerchino di ridurre il livello dei loro disoccupati, non di emancipare gli occupati dalla schiavitù del lavoro.
Perché stupirsi allora se in Italia vi siano forze politiche sensibili alle esigenze di sviluppo degli altri paesi dell’occidente? Solo gli oligarchi russi non lavorano e percepiscono un reddito, perché già quelli cinesi per lo meno rispondono alle esigenze di controllo dello Stato. Non trovate oligarchi suicidi in Cina.
Ovviamente i difensori del reddito sono riusciti a radicarsi in alcuni settori della società, abbiamo visto dei reportage a Secondigliano e Scampia, dove si ritiene il percepito un bene inalienabile da difendere a costo delle minacce. Una propaganda limacciosa, agitata ad arte è diventata un presupposto di consenso non indifferente, considerato il crollo elettorale avvenuto dal 30 al 16 per cento. Il governo da parte sua non sembra farsi intimidire convinto dalle capacità occupazionali del paese, che pure esistono. Tuttavia questo non è sufficiente. Il reddito nasconde l’esigenza di una riforma del welfare, tale per la quale si vengano a dissipare i contrasti emersi dalla legge Fornero e del malessere di coloro che sono precipitati nella miseria. L’abolizione del reddito, che sarebbe sacrosanta, andrebbe accompagnata da questo progetto di riforma del welfare che non si vede. Per questo il governo che vuole solo abolire il reddito, si gioca, come dicono a Secondigliano i fans di Conte, la pelle.







