Le grandi proteste popolari in Iran contro il regime di Khamenei sono iniziate almeno dal 1994, quando secondo Al- Arabiya si verificarono 40 morti e oltre 400 feriti. Nel 1999 fu il momento degli studenti che cantavano “morte al dittatore”, ma morirono loro. Da allora l’opposizione non si è mai fermata, tornando in piazza sempre più numerosa nel 2011, nel 2012, nel 2017, nel 2018, nel biennio ’19, 21, continuando fino a questi giorni. Ogni volta il regime ha mostrato la mano più pesante. A Mahshahr, nel 2020, i guardiani della rivoluzione repressero una autentica rivolta di massa ammazzando almeno 140 persone. Tutte cose di cui qui in Italia appena ci si occupa. L’Iran è l’unico paese islamico che predica la distruzione di Israele e sostiene, anche finanziariamente, le organizzazioni pro Pal.
Non si vedranno manifestazioni di massa in Italia contro il regime a favore dei manifestanti che vengono ammazzati veramente e senza difese. Gli islamisti palestinesi che hanno riempito le piazze i mesi scorsi sono dalla parte dei mullah, i vetero marxisti che si sono già mobilitati per Maduro, sono anti americani, gli antisemiti non ne parliamo. Greta Tumberg non ha sponsor che la paghino e persino i cattolici hanno imbarazzo a contestare un governo religioso. Poi manca del tutto la ragione antigovernativa che anima le opposizioni. L’onorevole Schlein che ha parlato di una qualche forma solidale nei confronti dei manifestanti, rischia di ritrovarsi insieme all’onorevole Meloni. Il movimento iraniano non ha comunque bisogno del sostegno della piazza italiana che resterà vuota. La guida suprema dell’Iran se ne infischia dell’opinione pubblica interna, figurarsi di quella degli altri paesi, che magari odia.
La rivolta di questi giorni ha una forza mai vista e quindi incontra una repressione estrema. I presunti dodici mila morti sono una stima eccessiva per ora ma che molto probabilmente sarà raggiunta per piegare la protesta. Sempre che il regime ci riesca, dal momento che questa volta ha fatto fiasco su tutta la linea. Davanti ai palesi fallimenti economici e l’aumento drammatico delle diseguaglianze, il collante del governo era solo più la sua sfrenata ambizione. Distruggere Israele, spaccare il mondo arabo, mentre in ginocchio l’America. Neanche un obiettivo è stato raggiunto. Peggio. Il suo alleato siriano non esiste più, Hezbollah cacciata a fucilate, gli Huti bombardati e Hamas, il suo fiore all’occhiello del sette ottobre, affoga nel fango di Gaza nell’indifferenza araba. Non bastasse, l’Iran si è mostrato vulnerabile agli attacchi congiunti israelo statunitensi che hanno compromesso i piani nucleari. Nessuno in Iran crede più ai mullah, il che non significa necessariamente riuscire a scaricarli. La fede sa superare qualsiasi tormento.
Per una volta Trump deve stare molto attento ai passi da intraprendere. Prelevare con la forza Khamenei, non sarebbe come impossessarsi del narcotrafficante Maduro. Khamenei, grondante di sangue, resta un sant’uomo. Non parliamo del ritorno dello scià. Solo la suggestione potrebbe ricompattare la popolazione intorno ai preti. La rivolta imboccata è quella della secolarizzazione che corre in Iran sul filo di un rasoio. Si appoggia sul fatto che anche i più bigotti riconoscono come un regime ipocrita si sia rivelato inetto. Se si saldano fra loro queste due diverse percezioni, si rovescia finalmente la situazione. Solo l’America ed Israele possono sapere se serve armare i rivoltosi imprimendo un cambio di marcia alla protesta. La controrivoluzione. Al che Putin rattrappito perderebbe anche l’Iran. Al Cremlino già starnazzano incolleriti. La vedono brutta.
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