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Un governo in bolletta

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
26 Febbraio 2025
in L'editoriale
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Il governo italiano ha buttato, letteralmente, circa un miliardo di euro per la costruzione di un campo di concentramento in Albania che nel caso migliore diverrà un rifugio per cani e gatti randagi. In quello peggiore, ovvero se il campo mai entrasse in funzione, dovrebbe affrontare le spese maggiorate per i militi in servizio oltre confine. Questi infatti sono chiamati a controllare una struttura, senza poter contare su supporto esterno diretto, di tremila persone al massimo della capienza prevista. Quanti agenti il governo pensava di inviare? Con che rotazioni? Con che paghe ed alloggi? Il governo dovrebbe poi prepararsi alle spese legali, perché solo l’insipienza del presidente del Consiglio e dei suoi ministri non prevede i casi di violazione del diritti dell’uomo e del cittadino, di cui sarebbe stato chiamato a rispondere nei più diversi tribunali italiani e corti internazionali.

La stessa spensierata insipienza il governo l’ha appena dimostrata su argomenti molto più prosaici, come il caro bollette. Il ministro Giorgetti ha presentato un piano per investire tre miliardi ed il consiglio del ministri che doveva discuterlo è stato rinviato a data da destinarsi. Il presidente del Consiglio ha dichiarato la proposta impropria. Tre miliardi non bastano. Il povero Giorgetti, che per lo meno è competente, è rimasto di sasso, tanto d’aver lasciato trasparire la sua preoccupazione per i prossimi provvedimenti previsti dai programmi dei partiti di maggioranza. Ci attendono il taglio dell’Irpef e la rottamazione delle cartelle. “Non si fa così”, ha dichiarato alla stampa il buon Giorgetti. “Non so come diavolo posso fare”, avrebbe dovuto dire. E meno male che questo era il governo che avrebbe dovuto introdurre la flat tax. Picchetto Frattin, uomo pratico, ha già pronti i bagagli per tornare da Putin e comprare il gas russo. Buona fortuna.

Mentre il governo italiano si dibatte nella sua quotidiana disperata agonia, gli esecutivi di Francia, Inghilterra e Germania, si preparano ad affrontare il principale problema che li riguarda a fronte della crisi ucraina, ovvero la richiesta dell’aumento della spesa militare. Anche se non riusciranno a portarla al cinque per cento c’è da credere che vi sarà un qualche incremento. Nessuno Stato degno di questo nome può esporsi al pericolo di ritrovarsi carente sul fronte della sua sicurezza nel caso di una crisi della Nato. L’Italia ha inviato il suo sistema missilistico himars a Zelensky, che pure non può usarlo a pieno regime. L’Ucraina non è autorizzata a colpire postazioni russe oltre confine e i russi non sono tanto scemi da far partire i loro missili dal territorio ucraino. L’Italia, invece, non ha più i soldi per acquistarne un altro. Siamo rimasti senza missili.

Il presidente del consiglio non si è persa d’animo e poiché ama spararle grosse, se ne è uscita bellamente affermando di essere pronta ad inviare i miliari italiani nell’opera d paece keeping che dovrebbe essere intrapresa in caso di cessate il fuoco. Il governo sarebbe dunque disposto a mandare i suoi soldati nella missione più avventurosa che si sta preparando. Potrebbero venir investiti da un pieno combattimento, non come in Libano dove Israele sparava ad Hezbollah e i nostri si trovavano in mezzo. I russi ti metterebbero dritto nel mirino. E comunque, con che soldi li finanzieremmo? Perché un qualche equipaggiamento e una remunerazione congrua, per una tale missione dovrà pur esserci. Mai una volta che l’onorevole Meloni cogliesse l’occasione per stare zitta. Solo il caso Almasri.

La cosa più semplice che accada è che se partiranno i soldati europei, saranno inglesi e francesi. Varrebbe poi la pena di mandare anche quelli turchi gli unici eserciti che davvero potrebbero essere operativi in simili frangenti. Corsi e ricorsi storici, si tratterebbe delle stesse forze che nella metà dell’Ottocento fermarono i russi in Crimea. All’epoca, gli americani manco sapevano dove stesse la Crimea. Vero che il conte di Cavour issò il tricolore e spedì i bersaglieri. Ancora non c’era l’Italia. Oggi abbiamo l’Italia e manca il conte di Cavour. C’è l’onorevole Meloni, complimenti.

licenza pixabay

Tags: AlbaniaGiorgetti
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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