Prima dell’incontro tra il cancelliere Merz ed il presidente Trump alla Casa Bianca, il ministro degli Esteri tedesco Wadephul aveva fatto sapere di considerare “un segnale sbagliato”, il riconoscimento dello Stato di Palestina, precedente ad un’intesa diretta fra i israeliani e arabi. L’impostazione della politica estera tedesca in medio oriente è dunque sempre la stessa. L’Europa può promuovere una distensione fra le parti, non è chiarissimo se la Germania vuole vincolare i suoi aiuti militari al governo israeliano, di sicuro non vuole compiere passi che ritiene prematuri.
Il governo tedesco ovviamente ricorda, la piazza romana di ieri un po’meno, che Israele aveva sottoscritto un accordo di pace con gli allora vertici di Gaza che vennero subito giubilati da quella popolazione che ora lamenta morti e feriti. Successivamente, Israele sgomberò con la forza la colonizzazione della Striscia, unilateralmente. Il risultato fu che le batterie missilistiche degli arabi avanzarono il loro raggio di azione. A questo punto servirebbe individuare per lo meno gli interlocutori palestinesi favorevoli alla soluzione dei due Stati. Altrimenti tanto vale dire più semplicemente che di Stato in Palestine ne basta uno arabo. Lo slogan dal “fiume al mare” significa questo, un solo Stato, e per la verità comporta un problema anche per tutti gli altri Stati dell’area che a rigore storiografico, religioso e culturale sono più palestinesi di quanto lo sia la fenicia e poi egiziana Gaza. La Giordania, quattro volte più grande di Israele e con poco più della sua popolazione, perché mai non dovrebbe essere riconosciuta come palestinese? Fu Churchill ministro delle Colonie di Sua Maestà a disegnarne i confini, mica Maometto.
Anche se la popolazione ebraica supera i nove milioni, un suo trasferimento non è impossibile. Intanto è un popolo abituato all’esodo, poi conta sostegno e amicizia in America. Il governo americano non intende riconoscere in queste condizioni nessuno Stato palestinese. Dopo il fallimento degli accordi di Camd David, l’America ha mostrato una qualche riluttanza verso la parte palestinese che ancora persiste. Agli ebrei israeliani non converrebbe venire in Europa. Un leader del passato già propose di trasferirli tutti in Madagascar per non trovarseli fra i piedi. Un leader che, almeno nelle intenzioni, bisogna riconoscere più generoso degli attuali. Il Madagascar, all’epoca abitato principalmente da lemuri, è una terra lussureggiante di 580 mila chilometri quadrati. I leader europei di oggi pretendono che gli ebrei vivano raccolti in 25 mila e non si azzardino a desiderare rovi e sterpi altrui.
La grande manifestazione di popolo convocata a Roma sabato scorso da partito democratico, movimento 5 stelle e Sinistra italiana, ha dimostrarto l’eccezionale sensibilità verso la questione mediorientale nel nome della pace, e questo merita il massimo rispetto. Il contesto è apparso invece per lo meno confuso. Non si può dire prima la pace, poi liberiamo gli ostaggi, perché la ragione della guerra, di questo si tratta, di un’azione militare contro un’organizzazione armata che si nasconde dietro i civili, nasce dalla detenzione degli ostaggi. Poi è perfettamente lecita la contestazione al governo Netanyahu e ci mancherebbe, anche se le relazioni fra Italia ed Israele sotto il profilo istituzionale, sono un po’ più articolate di come appaiano ai governatori dell’Emilia e della Puglia. Resta il fatto che se si vuole davvero essere convincenti come sostenitori della pace, prima si chiede la liberazione degli ostaggi. Perché se venissero liberati e gli israeliani continuassero i loro attacchi, allora il torto di Israele sarebbe indiscutibile, per lo meno per gli europei. Il giudizio degli Israeliani è un altro paio di maniche. Magari dopo Netanyahu potrebbe vincere le elezioni un governo che non vuole nessuna pace con i palestinesi. Non c’è mica solo la Palestina nella storia. C’è anche la Giudea. E se non aveva le dimensioni del Madagascar andava dal mare oltre al fiume.
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