Dobbiamo ad Alexis de Tocqueville un’analisi storiografica capace di riposizionare concetti e valori per due secoli interi. Egli spiegò in un suo celeberrimo libro, con un certo aristocratico gusto vendicativo per la verità, che la Rivoluzione Francese altro non era stato che il perseguimento dei vecchi obiettivi della corona sotto altre vesti, quelle delle forze più moderne della società. I primi fulminati da questa teoria furono i vecchi marxisti. Questi immediatamente si convinsero che Tocqueville avesse ragione. In fondo Marx, a loro contrario, aveva subito derubricato tutta l’epopea rivoluzionaria fino a Bonaparte, come circoscritta al solo mondo borghese. Purtroppo per loro, codesti professoroni, molti ancora sono in circolazione, non si accorsero che in questo modo si apriva anche un dubbio sulla successiva Rivoluzione russa. Non è che il prodigioso Lenin, il meraviglioso Stalin, altro non fossero che le nuove vesti di uno zarismo consunto, intenti a perseguirne gli stessi obiettivi?
La lezione reazionaria di Tocqueville si rivolgeva alla Francia, ma valeva anche per la Russia, come per ogni fenomeno rivoluzionario in genere che altro di diverso non può fare se non spingersi avanti per poi retrocedere. Tocqueville rispettava le cognizioni delle dottrine fisiocratiche che lo avevano formato. La sua idea geopolitica era strettamente legata alla forma e alle dimensioni dei territori. La Francia non poteva evitare di spingersi per mare e la Russia si sarebbe fermata solo davanti alla Prussia, il suo alter ego occidentale, non a caso gli zar dai tempi di Caterina erano di origine tedesca.
Come mai avrebbe potuto accettare il governo di Mosca di rinunciare al Kazakistan, o all’Ucraina, quando nemmeno accettava l’idea di essere separato dalla Finlandia, si era spinto nel remoto Afghanistan? La Russia uscita dalla guerra fredda era solo un fantasma sventrato, i cui possedimenti siberiani, la steppa lo lasciavano agitarsi enorme e vuoto. Se il mondo occidentale avesse letto con più attenzione Tocqueville avrebbe avuto maggiore consapevolezza di cosa lo attendeva, e preparato la resa dei conti con l’aggressività russa iniziata con Ivan IV, cinque secoli fa. Anche per questo fa un certo effetto vedere che prima di andare in Ucraina i militari russi si sono fatti un giretto in Italia, grazie ad un governo a dir poco sprovveduto, o come abbiamo letto dalle dichiarazioni rese alle procure di alcuni suoi esponenti più in vista, ridotto alla disperazione. “Eravamo disperati”, ha piagnucolato Arcuri ai magistrati.
I russi che possiedono una maggiore memoria della nostra si devono essere ricordati che non inviavano loro soldati nel nostro paese dal 1812. Allora non c’era il professor Conte che li riceveva e li alloggiava a nostre spese, ma l’Imperatore Bonaparte che li prese a cannonate. Nel loro scambio di mail con il governo italiano richiedono una risposta affermativa alla loro missione di soccorso “entro tre ore”. Altrimenti vai a sapere cosa poteva mai accadere. Le dittature possono perdere il pelo, mica il vizio.







