Pierre Zanin della Direzione nazionale ci ha inviato il seguente articolo
Legge di bilancio 2026: rigore sui conti, sviluppo ancora insufficiente
La legge di bilancio 2026 rappresenta la quarta manovra approvata dal Governo Meloni nel corso della legislatura e va inquadrata, prima di ogni altra considerazione, nel perimetro degli impegni assunti dall’Italia in sede europea con l’adozione del Piano Strutturale di Bilancio settennale (PSB), approvato dalla Commissione europea alla fine del 2024.
Negli auspici del Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, la manovra consentirà al nostro Paese di uscire con un anno di anticipo dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo. Un obiettivo tutt’altro che secondario, anche perché potrà restituire all’Italia margini di manovra oggi assenti su dossier strategici, a partire dall’incremento delle spese per la difesa nel quadro degli impegni assunti in ambito NATO.
Vale la pena ricordare il contesto europeo in cui questa manovra si colloca. Mentre l’Italia ha approvato nei termini la propria legge di bilancio in conformità agli impegni comunitari, la Spagna si avvia verso il terzo anno consecutivo di esercizio finanziario fondato sulle previsioni della legge di bilancio 2023, a causa delle persistenti difficoltà politiche della maggioranza guidata da Pedro Sánchez. In Francia, invece, il 2026 vedrà per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica un governo – quello guidato da Sébastien Lecornu – costretto a ricorrere all’esercizio provvisorio, dopo il fallimento delle trattative sulla riforma del sistema previdenziale.
In questo quadro, la legge di bilancio 2026 mantiene i conti pubblici italiani in ordine e rispetta gli impegni assunti in sede comunitaria e internazionale. Ciò è reso possibile anche dai benefici derivanti dalla riduzione dei tassi di interesse sullo stock di debito pubblico: un aspetto cruciale, se si considera che nel 2026 il Tesoro dovrà emettere o rinnovare ogni mese titoli per un ammontare compreso tra i 25 e i 30 miliardi di euro. Il rigore nella gestione della finanza pubblica, perseguito dal Ministro Giorgetti e fatto proprio dalla Presidente del Consiglio, non è dunque un elemento accessorio, ma un pilastro della strategia di sostenibilità dei conti pubblici.
Ciò premesso, entriamo nel merito di alcune scelte contenute nella manovra.
Valutiamo positivamente la riduzione dell’aliquota marginale IRPEF dal 35% al 33% per i redditi compresi tra i 28.000 e i 50.000 euro, di cui beneficeranno circa 13,6 milioni di contribuenti. Tuttavia, si sarebbe potuto e dovuto fare di più. Estendere la riduzione fino ai 60.000 euro avrebbe rafforzato una strategia coerente di sostegno al ceto medio, in particolare a quello da lavoro dipendente, oggi gravato da una pressione fiscale tra le più elevate d’Europa.
Si è invece preferito destinare risorse significative alla rimodulazione dei requisiti pensionistici – intervento che include l’azzeramento di Opzione Donna – e a una nuova “rottamazione” delle cartelle esattoriali, la cosiddetta quinquies. Scelte che non condividiamo affatto.
Positivo, invece, il mantenimento degli impegni su Transizione 5.0. È giusto riconoscere che su questo fronte il contributo di Azione e, in particolare, di Carlo Calenda è stato determinante per la profonda revisione delle politiche di attuazione definite in precedenza dal MIMIT guidato dal Ministro Adolfo Urso, che non avevano prodotto i risultati attesi. Si tratta di un passaggio rilevante per un Paese che è il secondo manifatturiero d’Europa dopo la Germania e che nel 2026 è atteso crescere tra lo 0,5 e lo 0,7%, ben al di sotto della media dell’area euro.
Uscendo dal perimetro stretto della legge di bilancio, ma restando sul terreno decisivo dello sviluppo economico, tornano due grandi assenze già più volte segnalate su La Voce Repubblicana: energia e concorrenza.
Nonostante gli annunci, il Governo non ha ancora adottato misure concrete per la riduzione del costo dell’energia per famiglie e imprese. Né risulta approvato il disegno di legge sul riavvio in Italia della produzione di energia nucleare, più volte annunciato dal bravo Ministro Gilberto Pichetto Fratin. Un provvedimento strategico sotto il profilo energetico, industriale e ambientale, che il Paese attende.
Ancora più preoccupante è il silenzio sulla promozione della concorrenza. È vero che in Italia viene approvata ogni anno una legge annuale dedicata, ma manca qualsiasi riferimento a una strategia complessiva. Eppure, l’insufficiente concorrenza in alcuni settori dell’economia è uno dei principali freni allo sviluppo, insieme alla burocrazia e all’elevata pressione fiscale.
In conclusione, la legge di bilancio 2026 tiene in ordine i conti pubblici italiani in un contesto internazionale complesso e fortemente perturbato. Tuttavia, sul fronte dello sviluppo economico il Governo è chiamato a fare di più e con maggiore determinazione. In vista delle elezioni politiche del 2027, appare dunque appropriato definirla una “manovra di galleggiamento”, corretta sul piano finanziario ma priva dell’ambizione riformatrice necessaria per rilanciare la crescita del Paese.
ministero dell’Economia







