“A Dongo c’erano cento persone che ricordavano dei morti. È il loro modo di esprimere questo sentimento, ma grazie a Dio non c’era odio e non c’era violenza.” Con queste parole, il Presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa — seconda carica dello Stato e custode della Costituzione repubblicana — ha commentato la recente commemorazione a Dongo dei gerarchi fascisti fucilati nel 1945.
Parole sconcertanti, che pongono interrogativi gravi sulla consapevolezza storica e istituzionale di chi ricopre le più alte cariche dello Stato.
A Dongo non si ricordano “dei morti” qualunque: si ricordano uomini che furono complici della dittatura fascista, delle leggi razziali, della guerra d’aggressione, della repressione e della complicità con il nazismo.
Trattarli come vittime alla pari di chi li ha combattuti significa negare la verità storica e svilire i valori fondativi della nostra Repubblica.
La Liberazione dal nazifascismo è l’atto fondativo della Repubblica italiana. Lo è per la storia, per la Costituzione e per chi, come il Partito Repubblicano Italiano, ha fatto della lotta contro il fascismo una scelta di vita, di pensiero e di azione. Non è un’eredità “di parte”, ma la base comune del nostro vivere civile e democratico.
Lo è stata anche nel sangue e nella resistenza armata, come quella della 14ª Compagnia Mazzini, formazione partigiana repubblicana guidata da Jules Minguzzi, che operò nel Ravennate distinguendosi per coraggio e determinazione. E come la Brigata Mazzini, composta da giovani repubblicani che, con identità e onore, scelsero di lottare per la libertà, recentemente ricordata a Cesena nel corso delle celebrazioni del 25 aprile.
Ricordare questi nomi e queste storie non è un esercizio retorico, ma un dovere civile: sono il volto di un antifascismo autentico, sobrio e mai fanatico, vissuto e trasmesso per generazioni.
Il PRI, partito antifascista per nascita e per vocazione, ha sempre celebrato la Resistenza nella sua pluralità, rendendo omaggio a tutti coloro che contribuirono alla Liberazione: i partigiani, i militari, i civili, gli alleati e la Brigata Ebraica.
Ma ciò non significa mettere sullo stesso piano chi lottò per la libertà e chi difese un regime di oppressione perché la nostra sobrietà non è ambiguità e perché il nostro antifascismo non è mai stato né mai potrà essere negoziabile.
Chi oggi rappresenta le istituzioni ha il dovere morale e costituzionale di dichiararsi antifascista, senza esitazioni. L’antifascismo non è un esercizio ideologico o nostalgico: è una condizione di cittadinanza nella Repubblica italiana. È il cemento etico e politico della nostra democrazia.
E attenzione perché il fascismo non è solo una pagina di storia. È anche una mentalità, un linguaggio, una prepotenza, una pratica che può riaffiorare nella quotidianità, sotto forma di autoritarismo, prevaricazione, odio, negazione dell’altro. Dunque qualcosa che può tornare sotto nuove forme, più subdole ma altrettanto pericolose. Per questo non possiamo abbassare la guardia né cedere a revisionismi mascherati da buone maniere né tanto meno tollerare ambiguità da parte di chi ha giurato sulla Costituzione nata proprio dalla lotta contro il fascismo.
Da ottant’anni, i Repubblicani celebrano la Liberazione con la sobrietà di chi non ha bisogno di bandiere ideologiche, ma porta nel cuore i nomi e i volti di chi ha sacrificato tutto per darci libertà, democrazia e Repubblica. Sulla sobrietà non accettiamo lezioni. Tanto meno da chi non ha ancora trovato il coraggio di pronunciare una semplice parola: antifascismo.
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