Il presidente di Italia Stato di Diritto, l’amico Guido Camera, ci ha inviato il suo appello al voto referendario
La costituzione repubblicana, Titolo IV, sezione I prescrive la magistratura quale un “ordinamento giurisdizionale”, per cui, articolo 101, “la giustizia è amministrata in nome del popolo”. Il repubblicano Giovanni Conti, vicepresidente dell’Assemblea Costituente, definiva, in un ordine gerarchico decrescente, la magistratura “quarto potere dello Stato”. Il primo potere era il Parlamento, il secondo il Presidente della Repubblica, il terzo il Governo e da ultimo, l’ordinamento giurisdizionale dei magistrati. Da quando un giudice si ritenne libero di asserire “che l’Italia doveva essere rovesciata come un calzino” – cioè un programma politico, al posto di una sentenza – la magistratura si è comportata non come un quarto potere dello Stato, ma come il primo. Da quel momento, infatti lo Stato italiano ha dovuto spendere 795 milioni di euro in indennizzi per ingiusta detenzione. E sono solo quelli accertati e censiti, per una media di mille persone all’anno incarcerate ingiustamente: pensiamo quanto più grande, è inquietante, può essere il numero reale, se si conta anche la giustizia civile, amministrativa e tributaria. E se qualcuno pensava che solo i magistrati fossero i bianchi cavalieri in grado di difendere la Repubblica dalla corruzione dilagante, abbiamo visto denunciato da loro stessi lo scandalo divampare all’interno della loro Associazione nazionale, per finire mestamente con giudici considerati integerrimi seduti sul banco degli imputati. Senza contare che in trent’anni di politiche giustizialiste in materia criminale e pubblica amministrazione, non è diminuito il malaffare e non si è alzato il livello della classe dirigente. “Tutti sono colpevoli”, aveva detto un famoso depositario della legge: e anche lui è finito sotto processo.
Lo spettacolo è tale per cui la spesa dello Stato, è un problema grave, ma paradossalmente il minore dei tanti, e tristemente endemici, che caratterizzano questo sistema.
Il partito repubblicano sa perfettamente che la riforma della Giustizia è tema doverosamente parlamentare, e la Riforma Cartabia lo sta affrontando decorosamente, ma i referendum sulla Giustizia sono stati costituzionalmente presentati ed approvati ed è dovere dei cittadini votarli. Indipendentemente dal raggiungimento del quorum, il SI ai quesiti posti sarà in grado di influire sull’esame al Senato che attende la Riforma ed evitarne stravolgimenti.
Al di là di tutte le questioni tecniche di cui Si è discusso in tutte le sedi, si tratta fondamentalmente di ripristinare la corretta interpretazione del ruolo della magistratura e riportare il sistema giudiziario nel ruolo che gli compete rispettando l’ordinamento istituzionale entrato in crisi nel 1992.
Non si tratta di compiere “una vendetta della politica sui giudici”, come ha drammatizzato qualcuno con la coscienza sporca. Al contrario, la politica, intesa come poleis, come città, ovvero come civiltà ordinatrice, torni ad esercitare il suo pieno diritto su tutti quei giudici che si sono posti al di sopra di essa. Possiamo farlo ora, subito, votando SI a dei quesiti che intendono salvaguardare una giustizia giusta ed eliminarne una fondata sulla cultura del sospetto.







