Bisognerebbe sapere se il presidente Trump, una volta tornato nello studio ovale, abbia rimesso sulla sua scrivania il busto di Winston Churchill, come fece per il suo primo mandato. Ora che sono sessant’anni esatti dalla morte dello statista britannico, non c’è esempio politico migliore per la democrazia liberale, non tanto per quella americana, che in fondo a Churchill deve poco o niente, ma per quella europea, che a Churchill deve tutto.
L’Inghilterra di sua Maestà non aveva nessuna particolare avversione nei confronti del fascismo dalle sue origini fino al 1939. Lloyd George ammirava Mussolini. Lo stesso Churchill, almeno fino al momento della guerra in Abissinia, altrettanto. Preoccupato che l’Italietta facesse il passo più lungo della gamba, Churchill temeva che saltassero gli equilibri continentali. Scrisse di suo pugno al duce che un conto era l’avventura in Libia, un altro spingersi sino a quelle distanze. L’Italia non aveva completamente incrinato le relazioni con le democrazie occidentali e per certi versi sembrava preferirle al nazionalismo tedesco in ascesa. A proposito Mussolini cambiava idea dalla mattina, al pomeriggio, alla sera. Lo scrive Ciano. Ancora a Monaco il duce si sarebbe presentato come il campione della pace e Churchill gli dava volentieri credito. Per quanto pittoresco gli apparisse, meglio tenerselo dalla sua parte.
Churchill era innanzitutto un aristocratico inglese, un duca di Marlborough, abituato a guardare il mondo dall’alto. Si distaccò presto dalla sua classe sociale, per non dire della stessa famiglia reale, che verso il nazismo ostentava indulgenza. C’erano probabilmente più ragioni personali che politiche. Il nazionalsocialismo non entrava in conflitto diretto con l’Inghilterra, e Hitler stendeva ponti d’oro alla potenza coloniale britannica. La Germania nazista si frappose persino all’armamento dell’Italia nella guerra al Negus, proprio per compiacere il governo inglese. L’errore del Fuhrer fu di farsi garante dei possedimenti oltre mare di Sua Maestà. Questa millanteria fece scattare in Churchill la sua avversione più irriducibile. Era stato ferito il suo orgoglio di grande architetto del sistema coloniale.
La Francia socialista. non comprendeva nemmeno le ragioni di un contezioso con la nuova Germania. Hitler rivoleva la Renania? Al presidente Blum sarebbe bastato mobilitare uno squadrone di cavalleria per far cadere il governo nazista, invece invitò Goebbels a prendere il te all’Eliseo. Daladier se avesse voluto arrivare a Berlino mentre Baffetti invadeva la Cecoslovacchia, non avrebbe trovato ostacolo alcuno lungo tutta la strada. Una passeggiata, non c’erano truppe tedesche al confine. Perché la Francia non credeva nella guerra? Perché era convinta che gli inglesi avrebbero concluso una pace separata, come sarebbe stato nel loro interesse. Ecco una caratteristica evidente di Churchill, il disprezzo per le convinzioni comuni in strategia. Il successo? Passare da un fallimento all’altro con entusiasmo. Lo scrive lui. La sua avversione verso Hitler aveva un’origine di classe. Un lord del suo rango, la sua idea nazionale, non poteva consentire di farsi mettere i piedi in testa da un austriaco piccolo borghese disadattato. Qualcosa del genere provava anche Pitt nei confronti di Bonaparte e tali sentimenti non sono mai da sottovalutare. Churchill ancora più furioso per sua debolezza, l’Inghilterra nel ’40 aveva perso la guerra, riuscì a trascinarsi dietro un posapiano persino peggiore di Blum e Daladier, quale era Roosevelt.
Il presidente statunitense dalle questioni europee voleva tenersi completamente distante e dell’impero britannico non gli importava un bel nulla, anzi. Considerati gli ottimi affari fra la Germania nazista ed il fascismo in generale con l’America, l’unico asso nelle mani di Churchill era il Patto d’Acciaio. Roosevelt non avrebbe mai messo dazi ai paesi europei, i traffici erano costanti a cominciare proprio dall’alcool che pure era stato proibito fino al ’33. In compenso teneva sotto embargo il Giappone portando quell’impero espansionista all’esasperazione. Dopo Pearl Harbour Roosevelt scatenò tutta la sua potenza e si comprese che Churchill aveva visto giusto. La Germania e l’Italia, che consideravano l’America giusto un paese di bovari, di cui non valeva la pena preoccuparsi, no. Se l’Europa uscì dal fascismo lo si deve alla forza statunitense, ma fu la determinazione di Churchill a innescarla.
Vi è un altro aspetto di Churchill da ricordare. Nel 1945 litigò con tutto il comando alleato perché non voleva liberare Parigi, voleva arrivare primo a Berlino. Roosevelt era convinto che Stalin con la vittoria si sarebbe democratizzato. Gli si poteva regalare tranquillamente mezzo mondo. Churchill odiava i rossi che gli avevano ammazzato un cugino a Pietroburgo durante la rivoluzione e ancora di più odiava la Russia che aveva avuto la pretesa di contendergli la supremazia nel Mediterraneo. Gli italiani di Churchill non hanno imparato niente, forse che fumava il sigaro. Trump, che volle rispolverarne il busto lasciato in una soffitta della Casa Bianca, può ancora onorarlo in qualche modo degno. Sarebbe il momento giusto.
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